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(di Vincenzo Salemme - regia Vincenzo Salemme - scene Alessandro Chiti - costumi Giusi Giustino - musiche Antonio Boccia - con Vincenzo Salemme)
Nel 1989 il crollo del
muro di Berlino rappresentò per molte persone la fine di un sogno.
Chi credeva in un mondo migliore scoprì che era pura immaginazione,
chi per le strade urlava “La fantasia al potere!” si rese
conto che fantasie e sogni nella realtà si erano invece trasformati
in mostri. Molti provarono a trovare giustificazioni, molti altri ancora
riuscirono a dimenticare. Ma Felice C., il protagonista della commedia,
no. Lui era uno di quelli che proprio non riusciva a farsi scorrere addosso
le delusioni perché le idee che lo avevano folgorato quando era
ragazzo gli piacevano ancora. Erano ormai come un riflesso condizionato:
e così non sapeva rubare perché gli avevano insegnato che
non si deve rubare e questo a lui piaceva, non amava il denaro, la competizione,
il potere; non amava i valori di una società che andava abbattuta
per consentire a tutti di vivere una vita più dignitosa, e questo
a lui piaceva. Come avrebbe fatto adesso a sopravvivere? Ecco perché
ora, sentendosi come un portatore di handicap - un handicap morale, ma
pur sempre un handicap - Felice decide di chiedere allo Stato una pensione
di invalidità civile. |
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