CESCO: UN MAESTRO DI TEATRO, CINEMA E DI VITA

Il 1° aprile di cinque anni fa scompariva Francesco Macedonio, un grande artista, noto regista e autore teatrale. Nel 1976, assieme agli attori Orazio Bobbio, Ariella Reggio e Lidia Braico, fondò il Teatro Popolare La Contrada, del quale è stato direttore artistico per 38 anni. In tale veste ha messo in scena decine e decine di spettacoli, spaziando dal grande repertorio classico al teatro in dialetto triestino, dal repertorio brillante a quello drammatico, sino a numerose regie per il teatro ragazzi. Autore di testi teatrali e adattamenti di racconti e romanzi, esperto di cinematografia, lettore instancabile, amico di poeti e intellettuali, prediligeva la cultura e gli scrittori triestini, di cui era attento conoscitore.
Uomo sensibile, coltissimo e dal carattere schivo, amante della letteratura e del cinema, ha diretto e formato un’intera generazione di giovani attori, non ultimi gli oltre sessanta ragazzi diplomatisi all’Accademia Teatrale “Città di Trieste”, la scuola di teatro della Contrada. E gli allievi se lo ricordano, eccome se se lo ricordano! Importante il lungo sodalizio artistico con personaggi come Sergio D’Osmo, Fabio Bergamo, Massimiliano Forza e gli attori Adriano Giraldi, Maria Grazia Plos, Paola Bonesi, Marzia Postogna, Maurizio Zacchigna, Riccardo Canali, Gianfranco Saletta, Mimmo Lo Vecchio, Maria Serena Ciano, Ruggero Winter. Ma lavora anche con attori di notorietà nazionale: Cochi Ponzoni, Roberto Herlizka, Paolo Ferrari, Maria Paiato, Piero Mazzarella, Isa Barzizza, Gianluca Guidi, Johnny Dorelli, Gianfranco Iannuzzo, Antonio Salines, Daniela Poggi, Valeria Valeri, Mario Valgoi, Franca Nuti, Lidia Kozlovich, Marco Sgrosso, Eugenio Allegri, Gabriele Lavia, Lina Volonghi, Ferruccio De Ceresa, Giulio Brogi, Riccardo Peroni, Cici Rossini, Giancarlo Dettori, Valeria Ciangottini, Lodovica Modugno, Carlo Montagna e Mario Maranzana. La grande amicizia con Tullio Kezich ha regalato alla Contrada un’acclamata “trilogia” della Trieste a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. Nell’ottobre del 2013, a grande richiesta di pubblico, è tornato a dirigere la compagnia della Contrada nel testo Due paia di calze di seta di Vienna di Carpinteri e Faraguna, riconfermatosi ancora una volta un grande successo. Tra i suoi spettacoli ricordiamo I Rusteghi di Carlo Goldoni, I ragazzi irresistibili di Neil Simon, Il divo Garry di Noël Coward, Gin Game di Donald Coburn, Fuori i secondi e Svola cicogna di Enrico Luttmann, Maldobrie di Carpinteri e Faraguna, Sariandole e Tramachi di Roberto Curci. A Bologna lavora con la compagnia Nuova Scena collaborando con Vittorio Franceschi. A Fiume con il Dramma italiano e a Lubiana, Macedonio mette in scena diversi testi in italiano, croato e sloveno.

“Sono passati 5 anni (sono volati!) da quando Francesco Macedonio non c’è più… o, meglio, non lo vediamo più. Perché il suo insegnamento e il suo genio poetico è presente in me, e con me, dovunque ci sia teatro, che io lo faccia o no. E non solo in me, ma anche in tanti attori che l’hanno conosciuto e che abbiano saputo apprezzarlo per quanto valesse. “Cesco” quando l’ho incontrato la prima volta era un giovane regista al Teatro Stabile di Trieste, e per la prima volta ho lavorato con lui ne “Il mio Carso” di Slataper, nella versione teatrale di Furio Bordon, assieme a noi attori di Trieste aveva inserito i suoi allievi di Gorizia, un connubio meraviglioso, e meraviglioso era quello spettacolo che fu un grande successo, all’allora “teatro auditorium”. Correva l’anno 1969… Poi siamo diventati amici e pure soci nell’avventura della “Contrada” (1976), assieme a Orazio Bobbio e Lidia Braico, e infine ci ha accompagnati come direttore artistico della Compagnia. Ma Cesco è stato e, ripeto, continua ad essere, soprattutto un grande insostituibile maestro. Un regista che avrebbe meritato trionfi ed onori a non finire, in campo nazionale e oltre, ma che per scelta amava il suo territorio, la sua città, i suoi luoghi, e le persone che amava o che sapeva amiche. A me ha insegnato tutto ciò che del teatro non sapevo, ma che scopro ancora oggi grazie a lui. Ci siamo incontrati e stimati, anche spesso scontrati durante il lavoro, ma sempre per tentare di raggiungere il massimo possibile in quel teatro con la “t” maiuscola che alle volte vedo umiliato da un mare di incompetenze o dilettantistiche presunzioni. Spesso mi rammarico di non aver saputo approfittare abbastanza della sua cultura e della sua strepitosa e rara sensibilità artistica, ma quando interpreto una parte, piccola o grande comica o drammatica, mi rivolgo sempre a lui egli chiedo aiuto – bene, credeteci o no – mi dà sempre l’aiuto che cerco. Grazie, Cesco! Per sempre!”

Ariella Reggio

“Davvero solo 5 anni che non ci sei? Mi pare 100! Aveva ragione quello che diceva che “il tempo è relativo”. Quel primo aprile che mi hanno chiamato per dirmi che avevi deciso di andartene, ho pensato,  sperato, a un pesce d’aprile. Ci ho sperato veramente. Mi manchi ogni giorno, mi mancano le nostre chiacchierate, le lunghe telefonate, le nostre baruffe; spesso mi ritrovo a cercarti in testa e nel mio cuore, a cercare i tuoi suggerimenti, le tue visioni, le tue guide, mi ritrovo a parlare di te con chi ha avuto il privilegio di conoscerti e di lavorare con te, e sono contenta. Contenta perché è grazie a te che il mio lavoro é migliorato, é cresciuto. Tu gli attori li hai sempre stimolati a fare qualcosa di più, a cercare la verità, a non esibirsi, ma a raccontare attraverso il loro corpo una storia. Tu gli attori li hai sempre AMATI davvero. Grazie Cesco. E non lasciarmi mai.”

Maria Grazia Plos

“Grazie Cesco, per avermi contagiato con il virus del non accontentarsi mai”

Adriano Giraldi

“Cinque anni appena? È stato così diverso fare teatro senza Cesco e tanto è stato diverso per me stare in teatro senza sentire la sua voce che mi pare impossible che siano solo 5 gli anni trascorsi da quando non c’è più. Perché con Francesco ho iniziato (e siamo in molti) e la sua voce è rimasta dentro di me. Ci conduceva attraverso i suoi pensieri alla ricerca della verità teatrale. Un flusso di coscienza , il suo modo di parlare agli attori, di guidarli verso il personaggio. Con sincerità ci dava tutto ciò che aveva dentro di sé (senza tralasciare anche le sue debolezze) per aiutarci, insieme a lui, a capire meglio gli uomini e le donne fuori e dentro al palcoscenico. Indimenticabile. Grazie Cesco. “

Marzia Postogna

“Pensare a Cesco per me è sprofondare in una soffice nostalgia, al ricordo dei suoi inesauribili racconti pieni di splendore e della sottile gioia di esistere che riluceva nel lampo dei suoi occhietti furbi, capaci di trapassarti da parte a parte, accesi di quell’inesausta curiosità che era nutrimento per la sua intelligenza tagliente e lucidissima. Curiosità e amore – per la vita, per le storie, per il fascino misterioso delle donne – che esplodevano in poesia allo stato puro nelle indicazioni minuziose che sapeva dare agli attori, mostrando con accenni vaghi ma carichi di passione, d’incanto e di magia come fare, come dire, come guardare… Averlo avuto per Maestro è stato un regalo, diventare anche suo amico un privilegio, perderlo uno strappo insanabile. Poco prima che se ne andasse ho avuto il dono prezioso di trascorrere un pomeriggio breve e intenso con lui, reso più fragile e minuto dalla malattia, eppure vivacissimo nel suo lettuccio, sommerso di libri e di film come se avesse ancora davanti a sé altri cent’anni di visioni. Se n’è andato il primo di aprile… facendo uno sberleffo alla morte, in perfetto stile con la sua ironia sapiente. L’ho salutato con dolcezza, ho portato un giglio bianco sulla sua tomba, e stranamente c’è molta più tenerezza che dolore in questa perdita senza assenza, perché so che posso ritrovarlo sempre accanto a me quando sono in teatro, immaginarlo acquattato in un palchetto, attentissimo, pronto a proteggermi con il suo sguardo incontentabile e amoroso… “

Marco Sgrosso

“Ho conosciuto Macedonio da ventenne universitaria fresca di studi, ma ignara della vera natura del Teatro e della vita, che per Cesco erano un’unica grande avventura, ed è stata una folgorazione. Per me un vero maestro, è stato un amico e un artista insostituibile per la Contrada e per Trieste, che ha sempre considerato la sua città d’elezione.”

Livia Amabilino

“a Cesco
poème familiale

la stanza, i minerali – che contiene
i legni le trasparenze – l’acqua nelle
[bottiglie
il cuore del padre – ognuno
che qui conviene – trova sollievo
[alle
proprie domande, la – tovaglia ha
[un bacio
affettuoso per tutti – il calendario
[brontola
date e scadenze che – nessuno
[ascolta la
luce ha un sapore – d’infanzia e
[d’inverni
lasciati a sopire – nella piccola
[pantofola
persa da un piede – addormentato
nella fiaba della bora – che si sgola
[e fa gli
occhiacci oltre la – vetrata del
[giardino
ognuno sta nel fiato del pane – accoccolato
[nel ricordo
di un bambino – che saluta da
[lontano”

Claudio Grisancich

“Francesco Macedonio è stato un uomo speciale. Delicato, intenso. Candido, generoso. Mai superficiale. Era un maestro naturale, sia nella vita che sul palcoscenico. Nelle sue regie narrava della vita, dell’umanità della gente, di come non bisogna mai perdersi d’animo, come se tutto dovesse sempre ancora incominciare.”

Massimiliano Forza

“Cesco con la sua camminata elegante e spavalda, Cesco che si muove come un ragazzo, con gli occhi vivaci che non smettono mai di ridere, Cesco alla Scuola di Teatro di Bologna che si arrabbia perché non capiamo quanto sia semplice fare il teatro vivo che lui chiede, basta essere veri no? Cesco immobile e in silenzio, tutto raccolto in sé, che guarda le nostre prove come fossero l’evento più importante dell’universo, che arriva in un Circolo Arci sperduto in un minuscolo paese di Romagna soltanto per incontrarci e ridere come un pazzo di una nostra versione della Domanda di matrimonio di Cechov dove portiamo barbe, baffi e capelli finti che volano da ogni parte, siete tutti zingari e streghe qui, capisci?, dice, Cesco capace di creare magie con il nulla, di rendere grandi gli attori facendo brillare come diamanti tutti i loro talenti, anche se loro non ci capiscono niente, Cesco cosmopolita che sceglie di vivere nella sua terra per amore e per amore della libertà, Cesco anarchico, Cesco imprevedibile, Cesco che guarda un film al giorno, Cesco con noi a cena nelle frasche e nelle trattorie intorno a Gorizia, Cesco più avvincente del teatro, del cinema, di un libro, Cesco spettacolo continuo regalato dal talento e dall’intelligenza temperati da rigore e umanità, Cesco instancabile, indomabile, inafferrabile, Cesco senza il quale saprei di certo molto meno del teatro, ma anche della vita.”

Elena Bucci

“Molti anni fa sono andata a vedere il mio primo spettacolo in Contrada un po’ per caso, per accompagnare un’amica. E’ stato amore a prima vista….lo spettacolo era Antonio Freno e la regia, poetica ed intensa era di Francesco Macedonio. Da quel giorno ho sempre seguito i suoi lavori con interesse e stima crescente. Poi la vita mi ha regalato l’occasione di lavorare direttamente con lui e ho scoperto da vicino la profondità del suo sapere di teatro e della vita, la sensibilità nel tratteggiare i caratteri, le situazioni. Iera tuto un mondo… come amava ripetere lui….”

Daniela Gattorno

“Purtroppo ho fotografato solamente 10 spettacoli con la regia di Francesco Macedonio e quindi l’ho frequentato poco, però quel poco mi è bastato per stabilire la statura di uomo e anche di regista fuori dai canoni. Grande persona Francesco, un uomo con l’animo e il candore di un bambino. Ogni volta che lo incontravo ero affascinato dal suo parlare. Sempre pacato e schivo ma con una cultura e un sapere sterminato. Cultura e sapere mai ostentati ma le sue parole ti penetravano nel cervello e nel cuore.”

Tommaso Le Pera

“Con Cesco è stato un breve, tardivo incontro, anzi due, collegati alle mie estemporanee e impreviste scorribande teatrali. Ma quello che ci dicemmo a un tavolo della prediletta trattoria di Blanchis mi fece subito capire non solo la sua grande umanità, ma anche la sua grande cultura: la curiosità inesausta, la fame – direi – del leggere, del vedere, del capire, del riflettere, dell’immaginare. La frase che di lui mi è rimasta dentro, forse più di tutte, è questa: “Te sa coss’che me piasi de Giotti? Quela poesia intitolada ‘I veci che ‘speta la morte’….”. Non poteva sapere quanto a lui, niente affatto vecchio, la “commare secca” fosse vicina.”

Roberto Curci

“Oltre che un grande maestro, Francesco Macedonio per me è stato un vero  amico. Un’amicizia che si è trascinata fino al momento della sua scomparsa. Anche se stavo a Roma, ci sentivamo per telefono due o tre volte la settimana. Fino all’ultimo della sua vita mi parlava di progetti che voleva fare con me. Uno di questi era il Canto del cigno di Cechov. Io gli dicevo che un giorno lo avremmo fatto. Non mi aspettavo che si spegnesse così alla improvviso. Per me Francesco era un faro a cui tutti noi dava la sua luce. Caro maestro chissà se di là non riusciremo a fare ancora il nostro Canto del cigno. Sappi che io ci credo ancora, mascalzone mio!!! Tuo Antonio.”

Antonio Salines

“Che fortuna aver potuto lavorare tanto con Francesco Macedonio. Il primo spettacolo con lui, ero giovanissimo, fu francamente burrascoso. Ci incontrammo di nuovo alcuni anni dopo e fu l’inizio di una felicissima collaborazione. Aveva sempre una visione lucida e chiara su come voleva essere il risultato finale – mi dava precise indicazioni storiche, letterarie, di storia dell’arte e del cinema -, ma lasciava ampio spazio a proposte ed idee. Pur essendo un gran parlatore sapeva ascoltare. Ed allora erano lunghi silenzi che andavano rispettati. Era un grande regista, ed un poeta. Ti permetteva di entrare nel suo mondo anche per vie tortuose, e a volte non era semplice, ma una volta entrato ti si apriva davvero un mondo meraviglioso. Era capace di stupori infantili, ironia, divertimento. Indimenticabili i momenti in cui arrivavo col modellino della nuova scena, e gli si accendevano gli occhi come ad un bambino curioso ed eccitato davanti ad un regalo. Abbiamo giocato molto con quei modellini. Arrivederci, Francesco, e grazie.”

Andrea Stanisci

“Ricordo perfettamente il momento in cui mi venne comunicata la scomparsa di Francesco Macedonio. Ero a Fiume e stavo mettendo in scena, con la compagnia del Dramma Italiano, uno spettacolo in dialetto. La notizia ci lasciò tutti sbalorditi, sapevamo che Macedonio non stava bene, ma la forte tempra che dimostrava durante gli allestimenti e l’energia che sapeva infondere agli attori nelle sue regie ci aveva illuso che avrebbe continuato a calcare le scene fino a cent’anni. Ho recuperato le note di regia del programma di sala dove, in accordo con la Direzione del Teatro, ho scritto: “Ci sia consentito dedicare questo spettacolo al regista Francesco Macedonio, recentemente scomparso, a cui tanto dobbiamo tutti noi per la nostra formazione professionale: questa rappresentazione è stata allestita proprio con l’intento di proseguire quella strada culturale che le sue messe in scena ci hanno così ben indicato.” Professionalmente gli devo davvero moltissimo, quello che so del teatro lo ho imparato da lui. In questi anni, quando ho dovuto dare delle indicazioni ad un attore, spiegando, ad esempio, come lanciare in aria dei coriandoli o come voltarsi a controllare la scena prima di andare in quinta, mi sono trovato spesso a ripetere: Francesco Macedonio mi ha spiegato che si fa così, perché, come diceva sempre, “Dietro ad ogni gesto c’è un mondo!” Sono tanti gli episodi teatrali che potrei raccontare su di lui, ne scelgo uno. Quasi trent’anni fa stavamo provando, con la sua regia, alla Contrada, uno spettacolo musicale che avrebbe poi avuto uno straordinario successo. Come spesso accade a teatro, le prove andavano a rilento, eravamo in ritardo. Macedonio pregò allora noi attori più giovani di rinunciare alla settimanale giornata di riposo per provare una scena muta corale che lui aveva ideato e a cui teneva molto, accettammo tutti senza esitazione. Si trattava di una festina tra ragazzi, si ballava in allegria: Macedonio formò le coppie, non secondo le caratteristiche fisiche o i ruoli interpretati, ma basandosi sull’affiatamento personale di noi attori. Ad un certo punto uno dei ragazzi alla festa decide di scattare una fotografia, ci mettiamo in posa, parte il lampo, cui seguono dei tuoni. Non è però un temporale, sono gli spari dei cannoni, è scoppiata la guerra, ci guardiamo increduli, tutti noi ragazzi dobbiamo partire per il fronte. Si passa improvvisamente dalla gioia alla disperazione. Le ragazze ci consegnano gli zaini militari e noi le abbracciamo, forse per l’ultima volta, usciamo e le ragazze rimangono da sole in silenzio. Nonostante la scena duri pochi minuti, passiamo un pomeriggio intero a provare e riprovare, Macedonio è infaticabile, meticoloso, ha un’idea chiara in testa e pretende che venga realizzata. A sera ripetiamo ancora la scena, di fila, per l’ultima volta. Al momento dell’abbraccio d’addio, che precede la separazione definitiva delle coppie, ci emozioniamo tutti veramente, spunta perfino qualche lacrima, non so dire se per la stanchezza, per la commozione o per l’immedesimazione nel personaggio. A fine prove mi trovo, con altri, ad applaudire, ma al contrario, dal palcoscenico verso la platea, dove è seduto il regista: “Complimenti Francesco, questa scena è meravigliosa!” Ho lavorato con molti registi, alcuni di grande valore, ma un’esperienza simile non si è mai più ripetuta.”

Giorgio Amodeo

“Non mi sembra neppur vero che siano già passati cinque anni dalla sua scomparsa. Francesco (Cesco) Macedonio è stato per me guida inestimabile e generosa: prodigo di consigli, mi ha accompagnato e incoraggiato nel passaggio non semplice dalla scrittura narrativa alla scrittura teatrale. C’incontravamo a cena in un ristorante di Mossa, vicino a Gorizia: la conversazione era sempre all’insegna dei libri, dei film e soprattutto del teatro. Cesco viveva per il teatro: si immedesimava nelle opere che dirigeva, le curava nei minimi particolari, documentandosi a lungo, puntigliosamente, e colloquiando con i personaggi come se li avesse davanti. Così era per i libri e in particolare per i film, che guardava e riguardava, assaporandone e ricordandone tutti i dettagli. E ogni suo racconto, aneddoto, ricordo, si trasformava in una piccola opera teatrale.
Il mio debito e la mia gratitudine verso di lui sono grandi.
Caro Cesco, mi manchi.”

Giuseppe O. Longo

“Ho conosciuto Francesco Macedonio attraverso un suo spettacolo, una indimenticabile messinscena del goldoniano Sior Todero brontolon, allestito nell’ormai lontano 1975 al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia. Molti anni dopo, in veste di responsabile culturale de La Contrada – Teatro Stabile di Trieste, ho avuto il privilegio di incontrare di persona e di collaborare con quello che, senza dubbio, può essere considerato uno degli artisti di maggiore spicco nel contesto registico italiano del secondo Novecento. Uomo schivo e riservato, sicuramente poco incline alla promozione di se stesso, Macedonio – “Cesco” per tutti coloro che gli volevano bene – è stato un regista di rara sensibilità, dotato di un grande senso della scena, capace di creare spettacoli ricchi di poesia, in cui luci magiche ed atmosfere da sogno costituivano una delle cifre più caratteristiche. Eclettico nelle sue scelte artistiche, Macedonio era capace di passare con disinvoltura da un genere all’altro, cimentandosi spesso anche nella scrittura drammaturgica. Di lui ricordo la cordiale disponibilità nei confronti del prossimo, ma anche l’energia nel dirigere le prove, il rigore nel rifinire i particolari più minuti delle sue messinscena. Quella lasciataci da Francesco Macedonio è un’eredità culturale davvero importante, un segno indelebile nella memoria artistica delle nostre terre ma anche della storia del teatro nazionale.”

Paolo Quazzolo

“Di Cesco ricordo le mani, grandi e dalle dita lunghe, i suoi pollici che mulinano mentre si concentra, il suo indice che ti dà il ritmo mentre leggi il copione. Di Cesco ricordo gli occhi vispi, che guizzano, occhi curiosi di bambino, occhi attenti di osservatore. Di Cesco ricordo la sagoma, mentre si staglia seduta in prima fila davanti al palco. Ricordo le mani che nel giro più contorto corrono a stuzzicarsi l’orecchio, mentre guarda la prova e nella sua mente si sta formando un’invenzione. Di Cesco ricordo la voce, soprattutto quando ti ferma in mezzo alla prova, proruppendo in un “No, No ,No!” per poi partire a dirigerti. Di Cesco ricordo quando dice “Terribile, terribile!”, in un modo che significa: “bellissimo, bellissimo”. Cesco lo vedo ogni tanto mentre cammina davanti a me in una città. Forse lo scambio per qualcun’altro, ma non indago. Cesco passeggia. E mentre si allontana penso: “terribile, terribile”.”

Massimiliano Borghesi

“Di Macedonio conservo tanti ricordi, tutti legati al senso più profondo del fare teatro. A 13 anni, essendo molto appassionato di teatro, riuscii ad assistere ad una settimana di prove de El mulo Carleto. Vidi all’opera Macedonio mentre dirigeva con sicurezza e determinazione la sua compagnia. Sapeva cosa voleva far emergere da ogni scena e cosa poteva ottenere dai suoi attori. Per questo insisteva con assoluta cocciutaggine su ogni particolare finché tutti si convincevano che ciò che chiedeva era possibile, giustificato e bello. Diversi anni dopo, quando sono stato scelto tra i primi 15 allievi attori della neonata “Accademia Teatrale Città di Trieste” , scoprii più a fondo le qualità di Macedonio: sensibilità artistica, impegno infaticabile e cultura sterminata. Ciò che mi ha trasmesso è che il teatro è un mestiere, un lavoro faticoso e di continua ricerca e re-invenzione, un lavoro al quale bisogna donare con generosità le proprie forze e il proprio tempo perché non è mai terminato. Un lavoro nel quale non si può lasciare niente in “ombra” ma che richiede cura e rispetto per ogni sua fase. Conservo il ricordo della sua disponibilità quando mi ha aiutato nella tesi di laurea su Strehler dandomi, come sempre, alcune indicazioni importanti e l’onore di essere stato più volte tra i suoi attori e suo assistente alla regia. Spesso mi riecheggia in mente il suo “No, no, no, tornemo a far, torneo a far! ” perché ogni scena nasce dal profondo e ha i suoi tempi di creazione e sviluppo. Questo “tornemo a far” è diventato il faro della mia professione.”

Julian Sgherla

“Caro Francesco, l’eredità dei tuoi insegnamenti è ancora viva in me e continua a vivere nei miei studenti. Grazie per avermi insegnato a trarre da noi stessi ciò di cui il Teatro ha bisogno: verità.”

Tjaša Ruzzier

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