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'Federico Buffa stasera al Bobbio per Italia Mundial: Il Mundial che salvò il paese' - IL PICCOLO 5/4/24


Il giornalista Federico Buffa stasera al "Bobbio" per un evento speciale sull'epica vittoria dell'Italia del calcio nell'82

Il giornalista Federico Buffa stasera al "Bobbio" per un evento speciale sull'epica vittoria dell'Italia del calcio nell'82


L'INTERVISTA

di Annalisa Perini


Il Mundial di Spagna dell'82, con la vittoria dell'Italia, è memoria storica, collettiva, legata ai goal di Paolo Rossi, l'urlo di Marco Tardelli, le parate di Dino Zoff, la pipa di Enzo Bearzot, le braccia al cielo del presidente Sandro Pertini. Anche per chi non era in campo è un ricordo, emotivo, fisico, di un'incredibile energia, di una tensione che infine si scioglie, esplodendo in una gioia condivisa, irrefrenabile. Stasera alle 20.30 al Teatro Bobbio, tra gli eventi speciali della Contrada, il giornalista, scrittore e volto noto di Sky Federico Buffa, assieme al pianista Alessandro Nidi e per la regia di Marco Caronna, con il suo spettacolo "Italia Mundial" su quei momenti epici aprirà al pubblico un vasto patrimonio di aneddoti e storie parallele, intrecciando vicende sportive, storiche e soprattutto umane. Buffa, il suo è un monologo "corale".


«Formalmente lo spettacolo è mio, ma in realtà è di Zoff, Tardelli, Rossi, Graziani… di tutti loro perché mi hanno raccontato ciò che contiene. I dettagli, il dietro le quinte, cosa ha detto Bearzot durante le partite, come preparava la squadra. Una squadra a cui non credeva nessuno, tranne lui, che l'aveva formata. Considerava il fatto che facessero gruppo la cosa più importante ed è stato proprio così. È un mondiale pieno di storie collaterali e di componenti emozionali che perdurano. Vivere insieme un tale impatto fa sì che il senso del gruppo resti per sempre, al di là di dove vada la vita dei singoli».


Bearzot percorre un po' tutta la narrazione.


«È il filo rosso, con il calcio. Ma soprattutto ci sono le persone. Penso che ogni volta che si narra una storia di sport si debba partire dagli uomini e dalle donne che abitano quel racconto. Le vicende sportive sono molto collegate alle caratteristiche di chi ne è protagonista».


Perché quello fu "il" mondiale?


«Questo spettacolo è una pagina della cultura popolare italiana del dopoguerra. Ed è difficile spiegare a un ragazzo di oggi cosa sia stata l'Italia degli anni ‘70, con gli anni di piombo, quel clima complesso e di enorme tensione. La vittoria al mondiale ha avuto un valore liberatorio. Pertini, a partita finita, è stato il primo a entrare nello spogliatoio e guardando tutti negli occhi ha detto: "Voi non avete idea di che favore avete fatto al vostro paese».


Era un calcio molto diverso da quello di adesso.


«Era molto più romantico. Oggi regna l'individualismo, manca i senso del gruppo e manca la realtà comune da cui invece sono venuti quei ragazzi, e che aveva un altro modo di stare al mondo, uno spirito collettivo molto superiore. Ora se una famiglia ha un dodicenne di talento magari gli dice che studiare è l'ultima cosa e di pensare a fare il calciatore. All'epoca era l'opposto. Se in platea c'è un ragazzo fermo la narrazione dopo il goal di Tardelli e gli dico: "Potrebbe non essercene mai più uno così potente". Potente anche per tutto ciò che in quel momento gli era passato per la testa. Tardelli aveva fatto il cameriere e sua madre gli aveva bruciato la prima maglia del Pisa dicendo "Ma tu pensi di poter vivere giocando a pallone? Trovati un posto fisso!". Zoff e Gentile avevano fatto gli operai, Conti aiutava il papà a scaricare le bombole del gas e di Paolo Rossi riporto anche un flashback, della sua infanzia, che gli era rimasto tatuato nel cuore. I loro genitori facevano tanta fatica e loro stessi ne avevano un'idea molto diversa rispetto a oggi».


Un suo ricordo personale del mondiale dell'82?


«Una domenica indimenticabile, la gente impazziva di gioia ovunque. Ero prossimo alla laurea in giurisprudenza. Quel giorno mi sono fidanzato con Silvia, grazie a lei, per fortuna più intraprendente di me».


Lo sport, che è diventato il suo lavoro, è sempre stato importante nel suo percorso.


«Il mio sport d'elezione è il basket. E sono uno che da piccolo tornava a casa sporco di terra e polvere, giocavo per strada, all'oratorio. Ho passato gran parte della mia vita a giocare, tutti i giorni, ore e ore, tranne forse a Natale. Un'esigenza naturale. Forse quando ero bambino c'erano meno cose, altre, da fare, ma comunque oggi, purtroppo, ho l'impressione che invece si giochi molto poco». —


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