SERATE SVEVIANE

Il primo spettacolo è “Atto unico”.
Composto probabilmente attorno al 1913-1914, “Atto unico”- il cui insolito titolo venne dato all’opera dallo stesso autore – è una sorta di scherzo teatrale, un divertissement in cui Svevo porta sulla scena un fatto di cronaca quotidiana con tutti isuoi grotteschi e imprevedibili risvolti.
La vicenda, ambientata in un salotto della buona borghesia triestina, ha per protagonista Amelia, padrona di casa assillata dal problema di trovare della servitù fidata e lavoratrice. La donna non crede ai propri occhi quando, in un solo colpo, riesce ad assumere cuoca, cameriere, cameriera e serva di cucina. Il mancato controllo delle referenze fanno tuttavia cadere Amelia in un tranello: i quattro sono in realtà una banda di ladri che us a questo stratagemma per introdursi nelle case altrui. Ma l’imbroglio viene ben presto scoperto e per di più la cuoca si rivela essere un uomo travestito da donna. Clemente, il marito di Amelia, denuncia i quattro alla polizia mentre proprio sua
moglie, pur di non perdere i preziosi domestici, offre loro protezione. Gli inflessibili ordini della padrona di casa e il suo animo dittatoriale spingono però i ladriall’esasperazione, tanto da far loro preferire il carcere.
Dietro questo divertente atto unico, si nasconde il problema della servitù, vivamente sentito nella Trieste d’inizio Novecento. Volendolo trasporre sulla scena, Svevo ne fece un simpatico apologo in cui l’elemento paradossale, il ritmo infuocato, la battuta divertente costituiscono la materia fondante della commedia. L’uso del dialetto consente
di trovare un felice corrispettivo linguistico alla vicenda, riproducendo non solo la parlata che la borghesia triestina usava – e continua a usare – nei rapporti quotidiani, ma anche una azzeccata differenziazione tra il dialetto dei padroni di casa e quello – più
basso e semplificato – del popolino. Protagonisti di questo spettacolo saranno Orazio Bobbio e Maria Grazia Plos nei panni dei padroni di casa, cui si affiancheranno Marzia
Postogna, Adriano Giraldi, Maurizio Zacchigna, Xenia Bevitori e Manuel Fanni
Canelles. L’affiatato gruppo di attori, che vestirà i costumi d’epoca disegnati per
l’occasione da Fabio Bergamo, saranno accompagnati dalla fisarmonica di Carlo Moser.

“Un marito” di Italo Svevo. La storia è quella dell’avvocato Federico Arcetri, che ha ucciso la prima moglie che lo aveva tradito. Assolto dai giudici perché il suo era un delitto commesso per difendere il proprio onore, Arcetri si risposa con Bice. Il dramma di Arcetri comincia quando scopre che anche la seconda moglie lo tradisce come aveva fatto la prima. Estremamente turbato dal ripetersi di una situazione che lo aveva tanto ferito, Arcetri entra in una spirale di dubbio e tormento perché, per coerenza con il suo codice d’onore, dovrebbe commettere nuovamente un delitto, identico al primo. Arcetri, vedendo la sua vita che si ripete, ucciderà di nuovo o verrà fermato dalla ragione della moglie e dalla saggezza di Augusto, il suo segretario?
La prospettiva in cui Morena fa muovere gli attori in scena segue il filone del film noir, alimentando l’atmosfera del thrilling. Le pulsioni psicologiche e le tensioni fra i diversi personaggi, ognuno a suo modo ambiguo e sfuggente, si fondono in un clima di suspence che permea l’intero spettacolo. All’analisi introspettiva di Arcetri e alla costante evocazione (anche figurata) dei suoi fantasmi dell’inconscio, si sovrappone una visualizzazione ossessiva del delitto commesso, che viene rivissuto all’infinito e tiene gli spettatori col fiato sospeso: il tradimento della seconda moglie è reale o è frutto di un equivoco?
Forte di un affiatato cast di interpreti, “Un marito” vede in scena Maurizio Zacchigna nel ruolo di Federico Arcetri, Nikla Petruska Panizon in quello della seconda moglie Bice e Maria Grazia Plos nei panni di Arianna, madre della prima moglie. Adriano Giraldi interpreta il doppio ruolo di Alfredo e Augusto, rispettivamente cognato e assistente di Arcetri, mentre Maurizio Repetto veste i panni di Paolo, presunto amante di Bice. Paola Camber, infine, ricopre il duplice ruolo di Amalia, moglie di Paolo, e del fantasma della prima moglie Clara. Le musiche dal vivo di Carlo Moser al
pianoforte e tastiere contribuiscono a creare l’atmosfera da film noir di inizio secolo, così come i costumi di Fabio Bergamo, con le loro variazioni sui grigi che sembrano
uscire da un film. Le luci fredde e le ombre lunghe ideate da Alessandro Macorigh caricano di tensione lo spettacolo, esaltando lo splendido spazio scenico sullo sfondo
dell’imponente facciata della Biblioteca Civica, da poco restaurata e restituita alla città.

“Inferiorità”, testo fra i meno noti di Svevo, dimostra ancora una volta come l’autore sia stato precursore di stili e tematiche che avrebbero trovato pieno realizzo nei decenni successivi. Lo spettacolo della Contrada andata in scena nel 2007 è stato realizzato con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia e con il Patrocinio del Comune di Trieste e dei Civici Musei di Storia ed Arte.
A tarda notte due giovani nobili, il Barone Squatti e il Conte Alberighi, si precipitano a casa del ricco borghese Alfredo Picchi, loro amico, sapendolo assente; il loro intento infatti è di combinare una burla ai danni dell’uomo con la complicità del suo domestico Giovanni. Lo scherzo ruota attorno ad una scommessa volta a dimostrare come Picchi sia una persona molto paurosa: dietro la minaccia di una pistola, lo stesso Giovanni dovrà derubare il suo padrone, che i due amici sanno avere il portafogli pieno di soldi.Inizialmente titubante, Giovanni cede alla lusinga della ricompensa: una somma di denaro che gli permetterà di lasciare il lavoro di domestico e tornare al suo paese. Ma al ritorno di Picchi la burla subdolamente concepita da Squatti e Alberighi degenera in un gioco di ruoli fra servo e padrone ed esce da ogni controllo, precipitando nella tragedia.
Dietro alla trama ben congegnata, si nasconde come in un continuo rimando di specchi la lotta fra i quattro protagonisti, volti ognuno a far valere a suo modo lo stato di inferiorità degli altri. Squatti, Alberighi e Picchi sono per status sociale superiori a Giovanni, ma ne diventano inferiori quando si tratta di usare la forza bruta. Se Alberighi, la mente del piano, non esita a mettere in soggezione davanti a Giovanni il suo stesso complice Squatti, Picchi, ancor più soggiogato degli altri dalla superiorità fisica di Giovanni, pur soccombendo davanti al domestico non rinuncia a rivalersi della sua superiorità economica.
Ecco quindi come l’“Inferiorità” del titolo indichi la condizione sociale e psicologica dei quattro uomini, usata come espediente per rimandare al pubblico un poliedrico gioco di sottomissione di ordine interiore.Unica pièce sveviana a prevedere solo ruoli maschili (dimostrando una volta di più l’interesse analitico e autobiografico che l’autore esprimeva nelle sue opere), “Inferiorità” anticipa un certo tipo di teatro che si presenta su due piani di lettura, scenico e psicologico, il quale troverà la sua espressione soprattutto nel dopoguerra (ad esempio con Le serve di Genet).Protagonisti della pièce: Adriano Giraldi e Maurizio Zacchigna che vestono i panni rispettivamente di Alfredo Picchi e di Giovanni.
Nei ruoli del Conte Alberighi e del Barone Squatti troviamo invece Manuel Fanni Canelles e Lorenzo Zuffi. Ha diretto l’allestimento Ulderico Manani, regista, scenografo e coreografo.