
Mia Fia

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Autore Giacinto Gallina
Regia Mario Licalsi
Scene e costumi Andrea Stanisci e Francesco Bergamo
con Ariella Reggio, Orazio Bobbio, Paola Bonesi, Elke Burul, Manuel Fanni Canelles, Gualtiero Giorgini, Adriano Giraldi, Maria Grazia Plos, Marzia Postogna, Maurizio Repetto, Gianfranco Saletta, Maurizio Zacchigna
Un padre, Anzolo, che stravede per il talento musicale e per la voce della figlia Rosina ne organizza il debutto nella città natale con Il trovatore. Da qui l'occasione per tutta una serie di equivoci e ripicche fra giovani innamorati, vecchi dissennati, figurine del teatro d'opera di mezza tacca. Il vertice è raggiunto nel secondo atto, che si svolge nel corridoio dei camerini del teatro durante la rappresentazione dell'opera, della quale si odono le arie. Tutto, naturalmente, si appianerà col matrimonio di Rosina e con la sua rinuncia alle scene.
Sembra che lo spunto della commedia sia stato preso dal vero: a rappresentazione avvenuta, due o tre città si disputarono l'onore di aver offerto a Giacinto Gallina lo spunto per il protagonista e per alcuni personaggi. Anche a Trieste molti ricoprdavano un certo maestro dei cori, tutto infatuato della figliuola, che fu per altro un'applaudita cantante, nominandola ed esaltandola con tale frequenza ed insistenza da meritarsi, in aggiunta al proprio nome, l'appellativo di "Mia fia".
Nato a Venezia nel 1852, Giacinto Gallina arrivò al successo appena ventenne con Le barufe in famegia e Una famegia in rovina. Grazie a quel suo cercare effetti di commozione nell'esasperazione sentimentale e nel romanticismo dei personaggi, Gallina venne subito salutato come continuatore di Goldoni e in effetti l'influenza goldoniana, soprattutto nei primi lavori è evidente. Ma si discostò presto da questo modello nelle opere successive, come Mia fia o Zente refada, dove si pose il problema di rappresentare in maniera realistica il pathos dell'ambiente piccolo borghese o popolare in cui viveva. Dopo una lunga interruzione, Gallina tornò alle scene con Serenissima, dimostrando di essere artisticamente cresciuto e di saper rinunciare a ogni retorica nel riprodurre i valori del "vero" e nell'indagare con acume il carattere e l'animo dei personaggi.
Prosa Dialettale
Spettacolo
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