Amore e gelosia. Gli Innamorati di Goldoni in scena al Ridotto per la stagione teatrale aquilana - LAQUILABLOG 04/03/26
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
- 2 giorni fa
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di Eleonora Iacobone

L’AQUILA – Dopo il successo dell’Otello di Giorgio Pasotti, il Teatro Stabile d’Abruzzo torna a parlare di amore tossico e disfunzionale nella cornice del Ridotto del Teatro Comunale V. Antonellini. È andato in scena ieri, martedì 3 marzo, Gli Innamorati di Carlo Goldoni, con l’adattamento e la regia di Roberto Valerio. Una commedia scritta nel 1759, ma che continua a parlare al presente attraverso la vicenda di due innamorati, Eugenia e Fulgenzio, forse troppo giovani e immaturi per poter vivere in maniera sana il sentimento che li travolge. Il risultato? Litigi, fraintendimenti, pene ingiustificate e drammi esasperati che – più che d’amore – ci parlano di dipendenza affettiva e relazioni che consumano.
Goldoni, con la sua riforma che prende le distanze dai tipi fissi della Commedia dell’Arte, costruisce una macchina teatrale che pone al centro i personaggi con i loro personalissimi tratti e nevrosi. L’amore non è più idealizzato, ma osservato in modo quasi clinico nella sua dimensione più fragile e contraddittoria, fino a trasformarsi in un vero e proprio campo di battaglia in cui l’insicurezza personale diviene l’arma più distruttiva: la gelosia.
Accanto a Fulgenzio ed Eugenia, interpretati da Leone Tarchiani e Valentina Carli, un cast numeroso che vede in scena Claudio Casadio, nei panni dello squattrinato zio con la passione per l’arte, Loredana Giordano, in quelli di Flamminia, Maria Lauria e Damiano Spitaleri, rispettivamente Lisetta e Tognino, servi dei protagonisti, Lorenzo Carpinelli, il conte Roberto d’Otricoli e Alberto Gandolfo, l’amico Ridolfo che, ad un certo punto, indossando abilmente un tacco dodici, assume le vesti di Clorinda, la cognata oggetto di dissidi e gelosie. I personaggi che aleggiano intorno agli innamorati li osservano, li consigliano e si fanno portavoce dei loro sentimenti contrastanti come in un’opera corale. La loro funzione è quella – vana – di riportarli alla ragione. Ma, quando a prevalere sono il bisogno di possesso e la paura di perdere l’altro, questa operazione equivale a lottare contro i mulini a vento.
Gli innamorati sono mossi da una gelosia ossessiva che sfocia ciclicamente in fasi di passione, rotture e riconciliazioni, che velano di malinconia i dialoghi serrati e brillanti e fanno venir fuori la profondità emotiva dei protagonisti. Eugenia «dubita, sospetta, s’inquieta» perché crede che il suo Fulgenzio sia preso, in realtà, dalla cognata Clorinda. D’altro canto, Fulgenzio pensa che la sua amata abbia un debole per Roberto, conte d’Otricoli, che non aspetta altro che un suo cedimento per chiederla in sposa.
Il lavoro registico di Roberto Valerio si serve della leggerezza della commedia per lanciare, tra gridolini comici e sfuriate isteriche, un messaggio attuale forte e chiaro: se non è accompagnato da consapevolezza, l’amore da solo non basta. Anzi, consuma, distrugge, e fa perdere il lume della ragione, proprio come era accaduto ad Orlando. Senza di essa le conseguenze potrebbero essere nefaste, così come lo sono state per Desdemona, vittima di un’insicurezza personale prima che di una furia omicida.
Le scene e i costumi di Guido Fiorato, con le luci di Michele Lavanga, animano una scenografia senza tempo, talvolta connotata in chiave moderna dalle musiche di Paolo Coletta. Le imponenti opere d’arte, incomprese anche dallo zio Roberto, che continua ad accumularle, sono il segno di un’incomprensione ormai cronica tra i due protagonisti. L’incapacità di comprendersi nel profondo fa da padrona, è il vero motore dell’azione, e trasforma un amore giovane e leggero in uno strazio a cui sembra quasi di partecipare.
Con Gli innamorati, una produzione Accademia Perduta/Romagna Teatri – La Contrada Teatro Stabile di Trieste – La Pirandelliana, la stagione teatrale aquilana pone davanti allo spettatore uno specchio scomodo che riflette relazioni fragili e dinamiche ancora vive. Goldoni risparmia il giudizio sui suoi personaggi ma, al tempo stesso, chiede a noi di interrogarci. E, se almeno un poco, ci siamo riconosciuti nei pianti di Eugenia, nei pensieri suicidari di Fulgenzio, o nelle manie di controllo di entrambi, allora qualche domanda in più dovremmo farcela. Si dice che “l’amore non è bello se non è litigarello”. Ma è vero pure che “il troppo storpia” – in questo caso, l’amore, e pure la ragione-.





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