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ATTUALITÀ DEL SETTECENTO TEATROIN SCENA - TEATRO 12/1/26

  • Immagine del redattore: Teatro La Contrada
    Teatro La Contrada
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min
Gli Innamorati è andato in scena presso la Sala Bobbio delTeatro La Cotrada di Trieste. In questa scena Eugenia e Fulgenzio si stanno baciando, entrambi vestiti in bianco. In secondo piano diversi attori a guardarli. Si trovano all'interno di una stanza con pareti azzurre e violacee.
Gli Innamorati

di Luigi Cataldi


Eugenia e Fulgenzio si amano con tra- sporto, ma puntigli e gelosie li conducono a continue e incontrollate liti, ancor più da quando la cognata Clorinda è ospite nella di lui casa: Fulgenzio per incarico del fratello, temporaneamente lontano per affari, deve assisterla. Ciò fa imbestialire Eugenia. Solo col ritorno del consorte assente si giungerà al matrimonio. Su questo amore avvelenato, quasi senza evoluzione fino allo scioglimento finale, Goldoni compone una fra le sue più interessanti commedie “riformate”, Gl’Innamorati, che andarono in scena con successo nell’autunno del 1759 al Teatro di S. Luca del nobile Vendramin con il quale dal 1753 aveva iniziato a collaborare.


Il Centro di Produzione Accademia Perduta / Romagna Teatri, il Teatro Stabile di Trieste La Contrada e il centro di produzione teatrale La Pirandelliana, in coproduzione, con la regia di Roberto Valerio, ne hanno curato una bella messinscena, che è in tournée dal dicembre scorso e che ha fatto tappa al Teatro Bobbio di Trieste dal 15 al 18 gennaio 2026 (ho visto la rappresentazione di sabato 17). Sebbene Goldoni stesso abbia lasciato intendere che lo spunto gli venne da persone incontrate in un suo viaggio a Roma, Siro Ferrone nel bel saggio introduttivo all’edizione del testo da lui curata (Goldoni, Gl’Innamorati, Marsilio 2002) dimostra che questa commedia, fra i due elementi costitutivi della scena goldoniana riformata, il “Mondo” e il “Teatro”, è decisamente sbilanciata a favore del secondo.


Dal “Mondo” vengono Eugenia, giovane borghese senza dote, che, dopo la morte del padre, vive in casa dello zio Fabrizio, presuntuoso quanto stordito intenditore d’arte, scialacquatore del patrimonio familiare, la sorella di lei Flamminia, vedova di un marito che prima di morire la ridusse in povertà, il gentiluomo Roberto, ospite dello zio, che suscita la gelosia di Fulgenzio e Ridolfo, amico degli innamorati. Goldoni però, allusivamente, pone in scena, in controluce, anche i contrasti che sorsero all’epoca nella professione teatrale, fra i vecchi “tipi fissi” della Commedia dell’Arte (il “primo amoroso” Fulgenzio, la “seconda amorosa” Clorinda, i compri- mari Roberto , Ridolfo, la cameriera Lisetta e il servo Tognino) e un genere di attori comici, che da “tipi fissi” (ormai le ultime file della professione), per le loro capacità interpretative, erano divenuti “caratteristi” (termine che va inteso in senso diverso da come lo si intese nell’Ottocento), cioè si erano mostrati capaci di occupare il posto di protagonisti. Attori che non improvvisa- no un dialogo non scritto in base alla ste- reotipia di una maschera, ma che recitano il testo scritto dall’autore in base all’indole del loro personaggio.


È il risvolto professionale della riforma goldoniana ed anche la radice lontana della moderna arte dell’attore, che si deve, in parte rilevante, a Goldoni. Il contrasto dunque non fu solo quello fra Eugenia e Fulgenzio (come nel mondo Goldoni li aveva visti), ma anche quello fra una “caratterista” e un “primo amoroso”. Entrambi gli innamorati, come attori consumati, esibiscono le loro parti in commedia, spesso ricorrendo al repertorio fin troppo abusato della professione (false cortesie, gelosia scoperta e fintamente dissimulata, contumelie sotto forma di complimenti, pianti e persino un falso svenimento), ma, mentre Fulgenzio recita da “amoroso” (gli “amorosi”, a prescindere dal genere comico o tragico in cui si trovano, si erano ormai anchilosati a declamare il testo sempre allo stesso modo), Eugenia è in grado di entrare a suo piacimento nello stereotipo per fingere gelosie e svenimenti (come nella Locandiera fa Mirandolina) o di uscirne per mostrare la sincerità del suo animo.


L’altro “caratterista” della compagnia del San Luca, uno Zanni specializzato nel ruolo di Brighella, eletto alla prima parte in Commedia, fu Antonio Martelli, che interpretò Fabrizio. Secondo la testimonianza di Antonio Piazza, che ritrasse la vita teatrale dell’epoca (nel romanzo Il Teatro ovvero Fatti di una veneziana che lo fanno conoscere, che oggi si può legge- re in L’attrice, a cura di R. Turchi, Guida 1984) egli era un «bolognese nasuto» e aveva «un gran tuono di voce da spaventare un’armata, tuono che non si cambia e che stordisce l’udienza».


Famoso per gli sproloqui culinari e per le tirate vanagloriose (da avvocato, da finto esperto d’arte e di qualunque altra cosa che in verità non conosce) fatti in tono monocorde, come un oste espone il menù agli avventori di un’o- steria. Pur con questa sua tendenza alle tirate da Zanni, sapeva interpretare parti diverse (qui Goldoni, per esempio, gli affida quelle di padre burbero, di opportunista che cambia giudizio a seconda delle convenienze, di vanaglorioso che sperpera per capricci artistici il patrimonio di famiglia e la dote della figlia) e adeguarsi all’azione in corso, interrompendola quando fa irruzione in scena, attirando l’attenzione su di sé e relegando gli altri attori ad un ruolo di comprimari: qualità che lo rendono adattissimo al teatro goldoniano.

Restano nelle loro parti Flamminia, alla quale Goldoni affida la parte di “seconda amorosa”, ma senza innamorato: assennatamente sogna per la sorella un marito che le offra una vita agiata, che lei non poté avere a causa di un matrimonio disgraziato.


Su questa complicata partitura, composta di “Mondo” (le condizioni sociali ed economiche, le pulsioni egoistiche e autolesionistiche, gli slanci amorosi, i puntigli e le gelosie) e di “Teatro”, anzi, meglio, di “metateatro” (la guerra fra “caratteristi” e “tipi fissi”, fra “teatro riformato” e “Commedia dell’Arte”) riflette con rigore e con inventiva il regista Roberto Valerio. Egli per prima cosa rinuncia alla componente metateatrale che oggi non esiste più e che dunque non sarebbe neppure compresa, ma fa risaltare il carattere conflittuale del testo ed anzi lo accentua. Innanzitutto per mezzo della sovrapposizione delle epoche: quella di Goldoni (lingua, espressioni e contenuti dell’Antico Regime sono man- tenuti come stanno nel testo) e la nostra (un tipo di rappresentazione già vista nella Locandiera di Latella, passata al teatro Rossetti lo scorso anno). Valerio inoltre utilizza questo sincretismo temporale per far coesistere il tono farsesco derivante dal teatro settecentesco con quello drammatico del nostro tempo, in modo tale da non fare apparire affatto fuori luogo che sulla stessa scena si ricorra alle tirate farsesche di Fabrizio, ai lazzi da Zanni dei servitori Lisetta e Tognino e, più in generale, a tutti gli strumenti, anche abusati, della Commedia dell’Arte e al tempo stesso, con stile drammatico, si mostrino violenti scon- tri, simili a quelli che riempiono le pagine odierne di cronaca nera.


L’ambientazione è moderna (scene e costumi sono stati ideati da Guido Fiorato), ma allusiva piuttosto che realistica ed estremamente kitsch. Tutto si svolge nel salotto di Fabrizio dove si trovano al centro l’intelaiatura di un grande cubo (è la stanza in cui a volte va a chiudersi Eugenia), sulla destra una poltrona e un frigorifero, sulla sinistra un tavolo (che all’occorrenza può divenire il palco da cui Fabrizio sale per le sue tirate) con le sedie. Sculture di cattivo gusto (scelte dal fuorviato e stordito collezionista Fabrizio) completano l’arredo: una mummia nera luminosa, uno struzzo e un gallo colorati di dimensioni enormi (ironica allusione alle opere di artisti contemporanei come Cattelan, Hirst e Koons?). Ciò permette anche di far coesistere il tono farsesco (del Settecento) con quello drammatico (dei giorni nostri). Il repentino mutamento di luci (curate da Michele Lavanga) e di musica (ne è autore Paolo Coletta) segnala questo passaggio da un’epoca all’altra e da un genere all’altro.


Scenografia e costumi di oggi uniti a parole del passato creano un contrasto su cui è posto in risalto ciò che persiste del Settecento, (che è forse cosa comune di ogni epoca) ai giorni nostri: le passioni sincere, ma smodate offuscate da rancori e gelosie, la vanagloria, l’ipocrisia, la fragilità di ciascuno, i pregiudizi, le follie delle persone ragionevoli; debolezze umane di cui Goldoni è pittore eccellentissimo.

Ancor più dirompente è il contrasto fra generi teatrali, comico e drammatico, che, in controluce, rimanda a una contrastante doppiezza tipica della nostra società. Essa da un lato esalta retoricamente e ipocritamente i buoni sentimenti (amore dichiarato, anzi spiattellato senza vergogna, onestà e altruismo a parole e non nei fatti) e dall’altro dà sfogo con violenza alle pulsioni egoistiche, a causa delle quali si reclama l’amore, ma si considera l’amato come cosa posseduta, al punto tale da tramutare la passione in odio incontrollato.


Valerio fa emergere dal testo questa componente drammatica e violenta. In tali momenti l’atmosfera della scena cambia e gli innamorati si abbandonano ad inconte- nibili grida che paiono quasi sfociare in atti aperti di violenza. Un esempio è la scena del coltello, impiegato da Goldoni come espediente vieto della commedia amorosa (Fulgenzio se ne impadronisce e minaccia di togliersi la vita) e che invece è reso da Valerio come un episodio di incontrollata e violenta follia. Perciò i due bravi prota- gonisti Valentina Carli (Eugenia) e Leone Tarchiani (Fulgenzio) tengono sempre un tono di recitazione drammatico, esasperato e spesso gridato, persino quando la situazione è comica: di loro si ride, ma loro non ridono affatto.

Al contrario, tutta su un farsesco tono comico è l’interpretazione che di Fabrizio dà Claudio Casadio. Veste in maniera colorata e appariscente e, oltre a recitare le tirate da Brighella del testo con maestria, riproduce anche il tono monocorde che caratterizzava, come si è visto, il primo interprete del ruolo (Antonio Martelli).


Un tono da Zanni, con tanto di lazzi a corredo, è anche lo stile di recitazione impiegato da Maria Lauria (la cameriera Lisetta) e da Damiano Spitaleri (il servo Tognino), bravi in particolare nella scena che apre il terzo atto, in cui si abboffano del cibo avanzato, mentre descrivono al pubblico ciò che avviene nell’altra stanza al pranzo dei padroni.

Espediente ancora una volta prove- niente dal teatro settecentesco, ma al tem- po stesso necessario per ridurre il numero dei personaggi, è l’avere affidato allo stes- so attore un ruolo maschile e uno femminile, come capita ad Alberto Gandolfo, il quale, dopo essere apparso nei panni di Ridolfo, amico dei due innamorati, ricompare in quelli di Clorinda, cognata di Fabrizio.


Comunemente si ritiene che Flamminia (“seconda amorosa”, ma senza innamorato) sensata e impegnata a ricondurre alla ragione i dissennati amanti, sia la portavoce in scena di Goldoni stesso. Da ciò, probabilmente, viene il tono medio, privo di eccessi tenuto da Loredana Giordano. Di tono medio (ispirato forse al Guglielmo impersonato da Fabrizio Gifuni in una memorabile Trilogia della villeggiatura con regia di Massimo Castri del 1995/96) è pure lo stile impiegato da Lorenzo Carpinelli per il suo Roberto, la cui presen- za in casa di Fabrizio suscita la gelosia di Fulgenzio.

Insomma una regia tutt’altro che improvvisata, affidata a una compagnia affiatata, che, senza cali di tensione, ha saputo mantenere viva per tutto lo spettacolo l’attenzione del pubblico, il quale ha ricambiato con calorosi applausi.

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