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Di Battista a Trieste: “Scomode Verità” accusa i media, ma dimentica il proprio ruolo nel sistema - LA NOUVELLE VAGUE 14/05/26

  • Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
    La Contrada TeatroStabilediTrieste
  • 14 mag
  • Tempo di lettura: 2 min

Di Sara Matijacic


Alessandro Di Battista in Scomode Verità, lo spettacolo andrà in scena al Teatro Bobbio de La Contrada Teatro Stabile di Trieste

C’è un momento, durante Scomode Verità, in cui Alessandro Di Battista punta il dito contro il sistema mediatico occidentale, accusandolo di manipolare l’opinione pubblica, normalizzare la guerra e costruire consenso attraverso la paura, i silenzi e le verità raccontate quando non fanno troppo male. È il cuore politico dello spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Orazio Bobbio di Trieste, tratto dal libro Scomode verità. Dalla guerra in Ucraina al massacro di Gaza.


Lo spettacolo di Di Battista funziona quando abbandona il tono del comizio e si avvicina alla confessione civile. Le immagini di guerra, il racconto delle fake news, la critica alla retorica bellicista europea e americana costruiscono una narrazione potente, capace di scuotere il pubblico e interrogare il ruolo dei media nei conflitti contemporanei. Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Gaza: il filo rosso è la costruzione del consenso attraverso una comunicazione che semplifica, polarizza, spettacolarizza.


Di Battista denuncia un’informazione che seleziona le vittime degne di empatia e quelle sacrificabili, che trasforma la geopolitica in storytelling morale. Ed è difficile non riconoscere quanto, negli ultimi anni, il dibattito pubblico sia stato spesso ridotto a tifoseria ideologica.


Ma proprio qui emerge la contraddizione più forte dello spettacolo.


Perché Alessandro Di Battista non è mai stato solo un osservatore esterno. È stato — e in parte continua a essere — uno dei protagonisti di quella stessa macchina comunicativa che oggi attacca. Il Movimento 5 Stelle, di cui è stato volto simbolo per molti anni, ha costruito parte della propria ascesa proprio sull’uso emotivo dei social, sulla delegittimazione sistematica del giornalismo tradizionale e sulla costruzione di narrazioni alternative spesso semplificate quanto quelle contestate ai media mainstream.


In scena, Di Battista si presenta come voce controcorrente, quasi isolata. Ma il suo percorso politico e mediatico racconta qualcosa di più complesso: un protagonista pienamente immerso nelle dinamiche della comunicazione contemporanea, capace di usarne perfettamente linguaggi, polarizzazione e spettacolarizzazione.


Ed è forse questo l’aspetto più interessante di Scomode Verità: non tanto ciò che denuncia, quanto ciò che involontariamente rivela. Ovvero che oggi (quasi) nessuno comunica davvero “fuori” dal sistema mediatico. Nemmeno chi ne critica le distorsioni.


Lo spettacolo, infatti, alterna momenti di autentica riflessione ad altri in cui spesso la semplificazione prende il sopravvento. La critica ai media rischia talvolta di trasformarsi in una contro-narrazione speculare: se il mainstream manipola, allora l’alternativa diventa automaticamente “vera”. Ma la realtà dei conflitti contemporanei è molto più stratificata e sfuggente.


Il punto non è stabilire chi abbia il monopolio della verità. Il punto è comprendere come ogni racconto — televisivo, politico o teatrale — costruisca inevitabilmente una visione del mondo.

Da questo punto di vista, Scomode Verità centra comunque un obiettivo importante: riaprire il dubbio. E in un’epoca dominata da algoritmi, slogan e schieramenti permanenti, il dubbio resta forse l’atto politico più radicale.


Di Battista convince di più quando lascia emergere la complessità, le ambiguità, le responsabilità condivise di una società che ha trasformato l’informazione in conflitto permanente.


Il pubblico triestino lo ha applaudito con convinzione. Ma lo spettacolo lascia dietro di sé una domanda irrisolta e necessaria: siamo davvero spettatori manipolati, o partecipiamo anche noi — ogni giorno — alla costruzione di quelle stesse narrazioni che diciamo di combattere?


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