“Gli innamorati”, commedia di Carlo Goldoni sulle schermaglie amorose di due giovani, è in scena fino a domani a Siena con la regia di Roberto Valerio - BEBEEZ 14/02/26
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
- 16 feb
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Eugenia e Fulgenzio, divisi da gelosia e ostinazione, bisticciano senza tregua ma finiscono poi col riappacificarsi
Dire che quello tra Eugenia e Fulgenzio sia un amore “litigarello” è certo un eufemismo: i due giovani anziché abbandonarsi al sentimento che li lega sono infatti divorati da reciproci sospetti, irrefrenabile orgoglio e malcelata vanità, tanto da innestare una girandola di brusche separazioni seguite da altrettante riconciliazioni: questa la trama di Gli innamorati, commedia che Carlo Goldoni scrisse nel 1759, in scena sino a domani, domenica 15 febbraio, al Teatro dei Rinnovati di Siena. Eugenia, orfana, vive a Milano a casa dello zio Fabrizio con la sorella maggiore Flamminia, da poco vedova, e ama, ricambiata, Fulgenzio, giovanotto benestante che ha un fratello sposato con Clorinda. Recatosi a Genova per affari, quest’ultimo ha chiesto a Fulgenzio di tener compagnia alla cognata trasferendosi da lei, cosa che, non tanto per la gelosia quanto per l’insofferenza nel sentirsi trascurata, manda Eugenia su tutte le furie, spingendola a trattare sgarbatamente il fidanzo, finanche a troncare la relazione.
A complicare la situazione ci pensa Fabrizio, bizzarro gentiluomo che ha dilapidato il patrimonio a causa della passione nell’acquistare opere d’arte per la sua collezione: essendo alquanto ingenuo, viene truffato facendosi rifilare copie o croste di nessun valore. Gravato dal dovere di maritare la nipote, ha pensato d’invitare il ricco Roberto, conte d’Otricoli, per fargli conoscere Eugenia con il pretesto di visitare la casa e i suoi cimeli artistici, in parte conservati in quella che lui pomposamente chiama “galleria”. Notata la desiderabile ragazza, nell’uomo scatta subito l’attrazione per lei al punto, pur sapendola impegnata, di candidarsi come possibile sposo, nonostante la fanciulla non sembri per nulla interessata. Com’era prevedibile, una volta incontratosi con Roberto, nel sopraggiunto Fulgenzio scatta la molla della gelosia che Eugenia usa come arma per vendicarsi delle attenzioni che lui riserva alla cognata, sentendosi defraudata del tempo che dovrebbe invece esser dedicato a lei. Scatta quindi la prima delle molte baruffe che contraddistingueranno la lunga giornata in cui si svolge la vicenda. A cercare di porre freno alle intemperanze e impuntature dei due ci provano in primis Flamminia che cerca di riportare la sorella alla ragione e la cameriera Lisetta che invece tenta di rabbonire il fumantino e impulsivo innamorato, rassicurandolo sull’affezione di Eugenia. Coinvolti loro malgrado nelle scaramucce sono Tognino e Ridolfo, rispettivamente servitore e avvocato amico di Fulgenzio e Clorinda.
Nel frattempo Fabrizio, col proposito di far bella figura con il conte, sfoderando i consueti toni aulici e magnificando le sue doti culinarie, lo invita a un pranzo luculliano insieme a Fulgenzio: inevitabili le scintille tra i due, ma la situazione precipita quando il padrone di casa, saputo che Clorinda è rimasta sola, decide di andare a prenderla per farla partecipe della tavolata. Vedendo comparire la donna, Eugenia viene colta da una vera e propria crisi isterica e per ripicca dichiara di acconsentire al matrimonio con Roberto. A questo punto Fulgenzio, sconvolto, minaccia di uccidersi, tragedia evitata dalla pentita Eugenia che lo dissuade, oltre poco dopo a rasserenarsi alla notizia del ritorno a casa del fratello di lui e alla sua promessa di non frequentare più Clorinda. La parola però è data e Fabrizio sembra irremovibile nel concedere la mano della nipote a Roberto, congedando bruscamente Fulgenzio: a farlo recedere, è la richiesta della dote da parte del conte, irricevibile per lo zio ormai senza risorse, rifiuto che gli costa il prevedibile ripensamento del gentiluomo. Ci pensa Fulgenzio a volgere le cose a suo favore, dichiarandosi disposto a sposare Eugenia anche senza dote: gesto che fa repentinamente cambiare idea a Fabrizio che gliela dà in sposa.
Carlo Goldoni (1707-1793) dal 1748 aveva già intrapreso una personale riforma teatrale discostandosi dalla Commedia dell’Arte a favore di una Commedia Italiana della quale i primi frutti erano stati La vedova scaltra, La buona moglie e La famiglia dell’antiquario, a cui erano seguiti ben 16 lavori, tra cui Il teatro comico (primo esempio di teatro nel teatro), La bottega del caffè e Il bugiardo, tutti realizzati in un solo anno, il 1750. Gli innamorati, la cui stesura (in italiano e non nel dialetto veneziano) ha luogo a Bologna, tappa di un viaggio che da Roma lo riportava a Venezia, debutta con successo al teatro San Luca di Bologna nell’inverno del 1759, prima del suo trasferimento a Parigi dove era stato invitato a occuparsi della Comédie Italienne, non senza aver dato l’addio nell’ultima sua stagione al San Luca con capolavori quali Le baruffe chiozzotte, La trilogia della villeggiatura e Una delle ultime sere di carnovale.
E’ assai probabile che per la trama Goldoni si fosse ispirato a quanto realmente accadeva nelle case, calli e nei campielli veneziani, ma, a scanso di polemiche, aveva preferito ambientare la commedia a Milano. Nella sua introduzione scrive: “La pazza gelosia, che nella nostra Italia è il flagello de’ cuori amanti, intorbida il bel sereno e fa nascere tempeste anche in mezzo alla calma.” Di certo l’amore viene qui considerato nei suoi aspetti più comici e paradossali, sconfinando nella nevrosi, ma è altresì presente il sentore di una crisi o piuttosto decadenza che la borghesia della città stava attraversando a metà Settecento, simboleggiata dal personaggio del vanesio e sconsiderato Fabrizio, nel quale risuonano echi del don Marzio della Bottega del caffè o del Falstaff scespiriano.
Non troppo frequentata dai nostri registi (ricordiamo l’allestimento di Massimo Castri nel 2000 che ne aveva dato una lettura a sfondo psicoanalitico, fosca e spesso violenta), Gli innamorati viene ora messa in scena da Roberto Valerio, abituato a cimentarsi con classici come Moliere e Cechov, che opta per una versione ambientata ai nostri tempi e di conseguenza in abiti moderni, dove non mancano richiami all’attualità, specie riferentesi al mondo dell’arte. “Esiste un tema più contemporaneo di questo”, si chiede il regista, “e chi non ha sofferto per amore rendendosi anche ridicolo agli occhi degli altri? Diventa allora necessario rivisitare questo capolavoro che ancora oggi ci rammenta quanto di buffo e sciocco ci sia nei nostri comportamenti durante un innamoramento e anche quanto si possa essere indifesi alla mercè delle onde del cuore. Ho scelto questa commedia spinto dal personaggio dello zio, una maschera meravigliosa, un collezionista fanfarone: ho pensato che avrebbe forse scelto l’arte contemporanea, così abbiamo introdotto riferimenti alle creazioni di Damien Hirst e Maurizio Cattelan con animali giganteschi in scena”.
La sua regia, partendo da una riduzione del testo opportunamente asciugato, ruota intorno a tre accesi litigi e altrettante rappacificazioni: per i due amanti in particolare decide spesso di spingere i toni della recitazione sopra le righe, rischiando di farceli apparire più che gelosi o caparbi, sofferenti di una sorta di nevrosi o patologia che non riescono a dominare. Decisamente riuscito è sia il disegno degli altri personaggi, specie quelli di Fabrizio, Flamminia e dei servitori, che la ricostruzione dell’ambiente, benissimo supportato dall’essenziale scena fissa di Guido Fiorato, dominata da un enorme struzzo, un altrettanto enorme gallo e dal sarcofago “Cleopatra” a strisce bianche e nere. Suoi sono anche i variegati costumi che spaziano da quello simil punk di Eugenia, allo sportivo-casual per Fulgenzio, il lungo nero vedovile di Flamminia e l’originale e coloratissimo completo di Fabrizio. Le musiche di Paolo Coletta hanno giusta rilevanza nel sottolineare i momenti più tesi e drammatici, privilegiando tonalità dark d’atmosfera cupa e malinconica; le luci dalle cromature variabili a seconda dei momenti brillanti o dolorosi portano la firma di Michele Lavanga e mutano dal quasi buio al pieno chiarore.
Valentina Carli è un’umbratile, puntigliosa e intollerante Eugenia e Leone Tarchiani Fulgenzio, vittima sacrificale ma anche sincero, irruente giuggiolone: entrambi generosi, strillanti e ipercinetici secondo i dettami della regia; eccellente la performance di Claudio Casadio nei panni dello zio Fabrizio, suadente, opportunista e simpatico bugiardo che, secondo il suo tornaconto, esalta a turno le virtù degli ospiti. Loredana Giordano è la saggia Flamminia, pervicace nel tentare di contenere le bizze della sorella; Lorenzo Carpinelli conferisce il giusto aplomb al nobile Roberto, mentre Maria Lauria e Damiano Spitaleri sono i funzionali e spassosi Lisetta e Tognino e Alberto Gandolfo è Ridolfo, amico di Fulgenzio e principe del foro secondo Fabrizio, ma anche impegnato in un fulmineo cammeo en travesti come Clorinda.
Gli innamorati, prodotta da Accademia Perduta/Romagna Teatri, La Contrada Teatro Stabile di Trieste e La Pirandelliana, visto al Teatro Menotti di Milano dove ha raccolto molti applausi, dopo l’anteprima nell’ambito dell’Estate Teatrale Veronese, rimane sino a domani al Teatro dei Rinnovati di Siena e prosegue poi la lunga tournée a Terni (Teatro Secci 17-20 febbraio); Benevento (Vittorio Emanuele 21 febbraio); Roma (Quirino 24 febbraio-1° marzo); L’Aquila (Comunale 3-5 marzo); Ferrara (Comunale 6-8 marzo); Catania (Verga 24-29 marzo) e Messina (Vittorio Emanuele 31 marzo-2 aprile).





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