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“Gli Innamorati” - STAMPACRITICA 26/02/26

  • Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
    La Contrada TeatroStabilediTrieste
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

di Emanuele Caldarelli


Fotografia dello spettacolo Gli Innamorati, una coproduzione La Contrada Teatro Stabile di Trieste

Se conoscete che la persona che amate meriti l’amor vostro, disponete l’animo a sofferir qualche cosa” (“Gli Innamorati”, Atto I, Scena X): quale modo migliore di questo per parlare d’amore?


“Esser accesi di qualcuno”, per riprendere direttamente la commedia goldoniana, comporta spesso il rischio di qualche scottatura. Eppure, si sa, l’amore è ciò che resta oltre il fuoco, e i nostri protagonisti sembrano impararlo poco a poco.


Lo spettacolo racconta la storia di Eugenia e Fulgenzio, interpretati rispettivamente da Valentina Carli e Leone Tarchiani, due giovani amanti ostacolati dalla gelosia e dall’orgoglio. Sospetti e fraintendimenti trasformano iloro incontri in duri litigi, con la continua promessa, poi mai mantenuta, di porre fine al loro rapporto. Superati i malintesi, i due si riconciliano, dimostrando come l’amore vero richieda pazienza, fiducia e ascolto.


Come spesso accade nelle opere di Goldoni, anche in questo caso siamo posti di fronte alla borghese quotidianità: nulla di stravagante o incredibile a vedersi.


Il realismo dell’autore, tinto di comica leggerezza, è portato all’essenziale dalla regia e dall’adattamento di Roberto Valerio, che concentra l’attenzione sulla palpabilità della passione nelle sue manifestazioni più dirette e spesso irruente.


Parlare di semplicità e minimalismo non si addice allo zio di Eugenia, Fabrizio, magistralmente interpretato da Claudio Casadio. Vestito in modo eccentrico e collezionista d’arte, Fabrizio spicca in scena per il suo gusto ostentato: nel soggiorno/cucina, accanto a un frigorifero e a un normale tavolo da pranzo, si ergono statue insolite – uno struzzo rosa, una gallina blu, una donna egiziana. Nello zio ritroviamo il tipico personaggio del teatro del Settecento: il bonario chiacchierone, gonfio della sua vanità, attento alle norme sociali, a tratti comico nella sua rigidità.


Questo atteggiamento richiama, in chiave moderna, una riflessione già portata avanti da Francesco Petrarca, che ammoniva chi accumulava libri non per amore della sapienza, ma per il piacere di possederli, al pari di meri ornamenti per la camera da letto. Allo stesso modo Fabrizio, con le sue piccole bugie e gli oggetti vistosi, diventa una perfetta rappresentazione scenica del contrasto tra vanità e sostanza.


Questo contrasto, così evidente in Fabrizio, risalta ancora di più osservando Eugenia e Fulgenzio. I loro litigi e fraintendimenti appaiono travolgenti, eppure il sentimento che li unisce è limpido e sincero.


L’amore dei due amanti è infatti travagliato solo in superficie: ogni dura parola conferma la solidità del loro legame e mostra come i sentimenti genuini possano resistere alle tempeste della quotidianità.


La differenza tra apparenza e valore autentico si conferma quindi tema centrale dell’opera.


La scenografia e i costumi, in perfetta armonia tra loro, suggeriscono con delicatezza la purezza del sentimento dei due amanti.


Una parete della casa di Eugenia fa da sfondo all’intero spettacolo, nei suoi colori beige, grigio e azzurro.


Fulgenzio vi ritorna sempre, vestito con pantaloni beige e camicia bianca/azzurrina, in continuità cromatica con il soggiorno dell’amata.


Ciò che sembra un dettaglio minimo ci ricorda quanto l’amore sia casa, appartenenza, presenza fissa e stabile, anche quando tutto sembra nero.


I malintesi, la rabbia e l’orgoglio possono accecare, ma l’amore sa vedere lontano.


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