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Pozzi: «Gli aspiranti attori? Non sanno cosa è il teatro» - IL MATTINO NAPOLI 14/01/26

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  • 1 ora fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Luciano Giannini


L’attrice protagonista al Mercadante con «Il lutto si addice ad Elettra» Eschilo riletto da O’Neil con la regia di Livermore

«Alla scuola che dirigo a Genova arrivano tante iscrizioni, ma i più pensano soltanto alla tv, al cinema e al successo»


«SI CHIUDE UN CERCHIO:TRENT’ANNI FAIN SCENA NELLO STESSOTEATRO E LA MIA ELETTRANEI PANNI CHE OGGISONO MIE»

«LA SCENOGRAFIAÈ ASTRATTA: SEMBRAUNA LENTE DI MACCHINAFOTOGRAFICA FUORIFUOCO ED EVOCA“VERTIGO” DI HITCHCOCK»

LA PRIMA Elisabetta Pozzi e Paolo Pierobon in "Il Lutto si Addice ad Elettra"
LA PRIMA Elisabetta Pozzi e Paolo Pierobon in "Il Lutto si Addice ad Elettra"

Il buon teatro esige cultura. Qui, per esempio, troverà agio lo spettatore che ha qualche vaga idea di che cosa sia la trilogia di «Orestea» («Agamennone», «Coefore» «Eumenidi»). Che sostiene Elisabetta Pozzi, la primadonna della scena, «noterà come l’autore sia riuscito a trasformare il racconto mitico in una grande fiction, un gioco in stile Hitchcock, una storia che ha i segni di una saga sceneggiata, di un crime familiare».

Il titolo è «Il lutto si addice ad Elettra» (1931) di Eugene O’Neill, poco rappresentata in Italia per complessità e durata: l’allestimento di Luca Ronconi (1995) durava oltre cinque ore; quello atteso al Mercadante da stasera a domenica si ferma a tre e un quarto, più intervallo. La regia è di David Livermore, direttore del Teatro nazionale di Genova, che produce, sulla scena, Elisabetta Pozzi, Paolo Pierobon, Linda Gennari, Marco Foschi, Aldo Ottobrino.

In sintesi, «Il lutto si addice ad Elettra» si delinea come un vasto affresco americano, in cui O’Neill trae ispirazione dalla più alta cultura europea: il mito greco e la psicoanalisi di Freud. Agamennone è il generale Ezra Mannon (Pierobon), Clitennestra è la seconda moglie Christine (Pozzi), Oreste è il figlio, Orin (Foschi), Elettra è Lavinia, la figlia (Gennari). Per Elisabetta lo spettacolo chiude un cerchio: «Trent’anni fa, con Ronconi, ero proprio Lavinia, mentre Maria-Pia Maccarini impersonava Christine. E a lei è intitolata la scuola per attori del Teatro nazionale di Genova, che io dirigo». La lezione del suo magistero? «Il suo stare in scena, la capacità di mettere in pratica le indicazioni di Ronconi: lavorare con il big bang del pensiero; ma, nel contempo, mi colpiva la sua fragilità di donna, lontanissima dalla sicurezza che mostrava davanti al pubblico. Sul palcoscenico Maria regnava diventava un piccolo mostro di grandezza, un essere carismatico, dotato di aura».

Come spiegare, in breve, questa storia al pubblico? «O’Neill, che prova a risolvere nel proprio seno i problemi, ma non riesce, portando il proprio destino. Qui non ci sono né Eumenidi né giustizia. I conflitti restano».

Un accenno alla scenografia, «che è astratta, sembra una lente di macchina fotografica fuori fuoco, ed evoca “Vertigo” di Hitchcock»; e alla musica: «È a cura di Daniele D’Angelo, mio marito, guarda a suoni innovatori di Maderna e Ghindini e punta su sonorità particolari». La scena, il sottopalco, e noi attori siamo carichi di microfoni. Per intenderci, è un bicchiere cade, il rumore è amplificato».

La scuola per attori che dirige? «All’ultimo bando abbiamo ricevuto 650 richieste d’iscrizione, ma alla prima scrematura ti rendi conto che molti non sanno neppure cosa voglia dire teatro, e provano a entrarci sognando la tv e il cinema, mentre io cerco persone che sentano una reale esigenza di farlo. Servirebbe una buona cultura di base ma, purtroppo, il livello medio cala sempre di più». Lei ama anche la drammaturgia contemporanea: «Sì, ne leggo molta, anche grazie a un altro bando, per autori under 35. Dopo Pasqua riprenderò “The other side”, di Dorfman, tragedia comica che è un atto di denuncia contro tutte le guerre. La sento irrinunciabile, perché ho il bisogno di parole e storie dell’oggi che divengano azione».




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