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RECENSIONE – A Mirror: teatro sotto censura, ma con poca tensione - CENTRAL PALC 13/02/26

  • Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
    La Contrada TeatroStabilediTrieste
  • 13 feb
  • Tempo di lettura: 3 min
Fotografia di A Mirror. Lo spettacolo è andato in scena al Teatro Bobbio de La Contrada Teatro Stabile di Trieste

di Prunella


A Mirror. Sottotitolato dal regista, Uno spettacolo falso e non autorizzato. Testo del 2023, firmato dalla drammaturga inglese Sam Holcroft: una riflessione sulla censura teatrale, ma anche su che cos’è il teatro, che cosa deve trasmettere, riportando a galla tra l’altro l’annoso binomio realtà e finzione.

Lo spettacolo nell’adattamento e regia di Giancarlo Nicoletti è stato inserito nella stagione del Teatro La Contrada che, per il contemporaneo, ha un occhio di riguardo.


La storia si specchia in tante situazioni diverse. Si pensa di assistere a un matrimonio, in realtà è una messinscena, perché i protagonisti sono attori e vogliono allestire uno spettacolo che ricalchi la realtà in cui vivono, uno stato totalitario in cui il Ministero della Cultura ha il controllo totale su ogni forma di espressione. Lo spettacolo però può subire delle interruzioni perché gli sgherri del ministro possono piombare in qualsiasi momento (bardati com’erano sembravano quelli dell’ICE) e arrestare tutti.

Il testo è davvero interessante ed esprime l’impatto che due secoli di censura hanno avuto sui drammaturghi britannici. Se oggi non è più lo Stato a intervenire direttamente nei divieti, abbiamo, e forse la situazione è anche più subdola, la cosiddetta cancel culture, l’autocensura. Per paura di ripercussioni professionali si evitano certi argomenti e a causa di pesanti deficit finanziari, vedi per esempio la crisi del National Theatre, si cercano spettacoli più sicuri.


D’altra parte, notizia di questi giorni, dopo che molti artisti hanno cancellato la loro presenza al Trump Kennedy Centre, da Lin-Manuel Miranda alla soprano Renée Fleming, il presidente ha deciso di chiudere il centro.

Quindi argomento attuale e scottante.


Detto ciò lo spettacolo manca di tensione e questo è un problema registico. Gli attori dovrebbero trasmettere l’ansia che ciò che stanno facendo in quel momento è un atto di insubordinazione e noi, il pubblico, stiamo a tutti gli effetti assistendo a una performance clandestina. Sì, viene ripetuto che le forze dell’ordine potrebbero irrompere e chiederci le carte d’identità, e se non ce la sentiamo, possiamo andarcene, ma alla fine tutto si svolge sul palcoscenico e a noi viene chiesto soltanto di alzarci quando entrano i finti sposi come si fa in chiesa.

In una struttura a griglie, fredda e impersonale, creata da Alessandro Chiti, si muovono i personaggi di A Mirror che si coagulano attorno al direttore generale del Ministero della Cultura, il signor Celik, dal piglio autoritario, ben assecondato da Ninni Bruschetta, che decide cosa censurare e cosa no, e prende sotto la sua ala la segretaria Mei (una Paola Michelini inizialmente sopra le righe ma che riesce poi a sfumare la recitazione in maniera sempre più drammatica), fingendo di istruirla, perché in realtà se la vuole portare a letto.


Emblematico nel rapporto pubblico-teatro l’episodio in cui la convince ad assistere alla prima del nuovo spettacolo dell’acclamato drammaturgo Bax di Claudio “Greg” Gregori (personaggio che in prima battuta si presenta impellicciato e tronfio e poi lo vediamo ubriaco in una squallida stanza, prigioniero del suo successo fatto di scritti compiacenti) e le chiede «cos’hai provato?» e Mei risponde «Nulla», perché tante volte, purtroppo, questo succede andando a teatro. D’altra parte, si dice anche nella pièce, «i testi teatrali chi li legge oggi?» e ci si interroga sul perché il pubblico va a teatro, cosa e come bisogna scrivere per non addormentarlo.


In questa situazione il testo all’indice si intitola Il nono piano ed è quello di Adem Nariman (il sempre più frastornato Fabrizio Colica), di suo meccanico, che deve apportare di volta in volta nuove modifiche. Lo spettacolo, quello finto sul palcoscenico, vero per noi spettatori, termina con l’arrivo del vero/finto direttore generale, il signor Celik di Gianluca Musiu, che arresterà tutti, sigillandola la realtà del palcoscenico come finzione.


Andate a vederlo per seguire un argomento che ci tocca a tutti da vicino.


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