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Renatissimo Il patrimonio di Carosone al Teatro Bobbio - IL PICCOLO 04/02/26

  • Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
    La Contrada TeatroStabilediTrieste
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Venerdì lo spettacolo che vede Enzo Decaro ripercorrere la figura dell'artista napoletano


Fotografia di Enzo Decaro in Renatissimo. Omaggio a Renato Carosone. Lo spettacolo andrà in scena al Teatro Bobbio de La Contrada Teatro Stabile di Trieste
RENATISSIMO UN MOMENTO DELLO SPETTACOLO

Annalisa Perini


Un omaggio a Renato Carosone, in un racconto emozionale, al contempo elegante e scanzonato, tra musica e parole, per celebrare il suo genio in tanti aspetti, di cui molti poco noti. Enzo Decaro, venerdì alle 20.30 al Teatro Bobbio, assieme ai musicisti Marcello Corvino (violino), Biagio Labanca (chitarra) Massimo De Stephanis (contrabbasso) e Fabio Tricomi (percussioni) è in scena con “Renatissimo”, evento speciale proposto dalla Contrada. «Si è abituati a pensare a Carosone per alcune canzoni divertenti, indimenticabili, che tutti canticchiamo, ma il suo ambiente culturale, artistico e musicale è stato molto più ampio e merita di essere conosciuto più profondamente. Noi abbiamo il compito e il privilegio di trasmetterlo», sottolinea Decaro, che ha frequentato l’artista scomparso nel 2001 negli ultimi anni della sua vita. Lo spettacolo proporrà un’originale versione strumentale del gruppo Anema di grandi successi come “Tu vuò fà l’americano”, “Caravan Petrol”, “Maruzzella”, “Piccolissima serenata”, ma anche tante sorprese. E il racconto emergerà attraverso parole dette e scritte dallo stesso Carosone, in interviste, articoli, pensieri e lettere, nonché da aneddoti.

Enzo Decaro, in scena c’è un pianoforte, ma non suona. «Non osa, a simboleggiare quanto, dopo Carosone, nessuno potrà mai suonare le sue melodie come soltanto lui ha saputo fare. Però rappresenta il suo mondo, la sua ricerca, il suo rigore, la sua base solidissima. Si è esercitato sempre, fino all’ultimo giorno, con virtuosismo e perizia, con spartiti di Bach, Rachmaninov, venendo lui dalla musica classica».

Nello spettacolo il pianoforte di Carosone, a dire il vero, “ci sarà”, attraverso l’ascolto di alcune registrazioni private. «Sono sue esecuzioni in studio di composizioni conosciute pochissimo, o addirittura inedite. Esiste tutta una sua produzione che non si può proprio definire “minore”, anche se trovò meno spazio nel repertorio richiesto dai discografici. E’ composta da ballate, canzoni più intime e romantiche. Noi le proponiamo, perché lui ci teneva molto».

Con le sue canzoni ha accompagnato la generazione del dopoguerra. «C’era bisogno di sorridere, dopo tanta sofferenza, errori e umiliazioni. Con grande ironia, intelligenza e una modernità sorprendenti il suo binomio con il paroliere Nisi, giocando con gli stereotipi, ha creato dei personaggi vitali, che ancora oggi si ascoltano con simpatia. E Carosone, tornato dalle sue esperienze in Africa durante la guerra, reagiva anche alla propria insofferenza per la canzone napoletana “tutta sudore e lacrime”, come diceva lui, senza lieto fine anche quando parlava d’amore. Nella sua “Chella llà” un uomo racconta sì di essere stato lasciato, ma con un cambio di punto di vista non solo musicale».

Diplomatosi in pianoforte a 17 anni, seppe diventare uno degli artisti più amati. Poi, al culmine del successo, nel ’59, a soli 39 anni, si ritirò dalle scene. «L’uomo aveva vinto sull’artista. Si era reso conto che il sistema lo stava usurando, non gli dava più niente, se non contratti, scadenze e imposizioni. Il suo scopo era sempre stato divertirsi e divertire e invece proprio lui non si divertiva più. Percepiva inoltre che stavano arrivando delle novità, il Rock and roll e gli “urlatori”».

Non lasciò la musica però. «Proseguì le sue ricerche. E scoprì la pittura, in cui ravvisava affinità con il suo primo “mondo”, per le scale tonali, il ritmo. Quando tornò sulle scene, negli anni ’70, lo fece in modo molto diverso, senza più contratti e obblighi. Proponeva arrangiamenti differenti delle sue canzoni, nei suoi spettacoli c’era finalmente posto anche per Chopin e lui era più se stesso».

Ci si sente tutti un po’ napoletani cantando Carosone? «Come ci si sente tutti un po’ triestini cantando Lelio Luttazzi. L’intelligenza e l’intuizione dell’autore riescono a trasmettere un certo sapore e un senso di appartenenza».


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