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Ti ho sposato per allegria con Ingrassia e Bargilli - IL PICCOLO 11/03/26

  • Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
    La Contrada TeatroStabilediTrieste
  • 58 minuti fa
  • Tempo di lettura: 2 min

La prima commedia dell’autrice di “Lessico famigliare” per la regia di Emilio Russo

Annalisa Perini


Fotografia dello spettacolo Ti ho Sposato per Allegria, andrà in scena al Teatro Bobbio de La Contrada Teatro Stabile di Trieste

Da domani a domenica al Teatro Bobbio, per la stagione della Contrada, è in scena, prodotto da Tieffe Teatro e Quirino srl, “Ti ho sposato per allegria” di Natalia Ginzburg. La regia è di Emilio Russo e l’allestimento riporta in scena la prima commedia scritta dall’autrice di “Lessico famigliare”. Con Giampiero Ingrassia e Marianella Bargilli nei panni dei protagonisti, Pietro e Giuliana, in scena assieme a Lucia Vasini, Claudia Donadoni e Viola Lucio, il testo dal 1965 continua a interrogare il pubblico con una leggerezza solo apparente, nascondendo tra le pieghe del dialogo riflessioni taglienti sulle dinamiche di coppia e sulle convenzioni sociali. I personaggi si muovono tra gli obblighi dei vincoli familiari e il desiderio di un’autenticità a tratti brutale. «È uno spettacolo particolare – sottolinea Ingrassia – Non è comico, come si potrebbe pensare per il titolo, ma piace tantissimo anche per i suoi tratti malinconici. L’ironia lo pervade, si ride, ma fa anche riflettere molto».


L’ambientazione è negli anni Sessanta.

«E sarebbe stato folle stravolgerla. I dialoghi immergono in quegli anni, quando poche donne guidavano l’automobile, il diritto di voto era recente ed esistevano dei tabù come l’aborto, il divorzio. Lo spaccato è quello di una coppia che si sposa molto velocemente. Lui è un avvocato importante, abitudinario, appartiene alla borghesia, lei è una donna vitale, disordinata e reduce da un passato inquieto e precario».


Si sono conosciuti a una festa, hanno deciso di andare a vivere insieme e si sono sposati dopo un mese soltanto.

«Forse entrambi per fuggire dalla propria realtà e per la voglia di cambiamento. Forse lui per allontanarsi da una madre opprimente e lei nel cercare sicurezza in un uomo che apparentemente le dà stabilità. La domanda fondamentale, “Perché ci siamo sposati?”, riceve una risposta paradossale, mentre la scrittura di Ginzburg è molto interessante anche per il distacco che i personaggi sembrano nutrire verso i propri sentimenti. L’amore non è mai evidente, ci sono dei piccoli segnali, nei baci, forse nel racconto di quando si sono incontrati».


La pièce porta in scena due mondi completamente differenti tra loro.

«Che si scontrano e cercano un punto di contatto, in una convivenza che sembra sfidare ogni logica. Da una parte ci sono la semplicità e la maturità di Giuliana, dall’altra anche la pigrizia e la noia di Pietro che proprio per colorare la propria vita si è sposato con lei, e senza dire niente a nessuno. Credo che Ginzburg all’epoca, attraverso il personaggio della moglie, si sia fatta anche paladina anche dell’emancipazione femminile. Ed è giustissimo, ma Pietro nel testo originale è un po’ lo spettatore di ciò che accade attorno a lui».


Nel vostro allestimento invece?

«Abbiamo dato più incisività al suo personaggio, ad esempio abbiamo diviso tra i due protagonisti la parte iniziale, il racconto di lei sulla propria vita e gioventù. Ora Giuliana ne parla con la donna di servizio, ma anche lui alla sorella. E funziona molto bene perché, anche se il racconto è lo stesso, sempre quello di lei, si offre anche un altro punto di vista». —


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