“Archimede, la solitudine di un genio”, Mario Incudine fa rivivere il matematico in un monologo di Costanza Di Quattro - BESICILYMAG 04/11/25
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
- 4 nov
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Michela Giuffrida
“Archimede, la solitudine di un genio” in scena a Catania e Siracusa: il matematico viene raccontato come un uomo divorato dalla sete di verità e consumato da rimorsi e rimpianti

Un uomo fragile, divorato dal dubbio, solo, perso nel labirinto della propria intelligenza, condannato a morte. È Archimede, genio siracusano, che la scrittrice e drammaturga siciliana, Costanza Di Quattro dipinge a tinte forti, ma con una delicatezza struggente, in un testo per il teatro scritto per il poliedrico Mario Incudine, attore, cantautore, regista che non si limita a vestirne i panni ma fa letteralmente rivivere il grande matematico siracusano.
“Archimede, la solitudine di un genio”, per la regia di Alessio Pizzech, ha aperto la stagione del Teatro Brancati di Catania, dove replicherà fino al 2 novembre prima di spostarsi, dal 14 al 16 novembre, al Teatro Massimo di Siracusa.
Mario Incudine dà voce e corpo al genio di Archimede
Archimede – nella lettura di Costanza Di Quattro – si spoglia della leggenda, non è più il nome storico che ogni alunno ha conosciuto, ma un uomo divorato dalla sete di verità e consumato da rimorsi e rimpianti. Il monologo è travolgente, nello spazio di sessanta minuti – tanto dura lo spettacolo – scorre tutta la vita dell’inventore siracusano, ripercorsa nella sua ultima notte, come in un sogno febbrile. “Dammi il tuo tempo per dirti chi ero, perché io non abbia vissuto invano”, dice il matematico al legionario romano (l’attore Tommaso Garrè) riuscendo a bloccarlo, un attimo prima che questi lo uccida, mentre la scena diventa sospensione tra vita e morte, conoscenza e oblio. “Tu hai la spada pronta a colpire, io ho una penna per raccontare”, aggiunge Archimede, e la distanza tra potere e parola, tra violenza e verità, si misura tutta in questo scambio.
Un monologo magnetico per raccontare il grande matematico
212 avanti Cristo: Siracusa è assediata dai Romani, Archimede ottiene il tempo necessario per ricomporre la sua vita per il pubblico che, da quel momento, sarà assorbito completamente dal monologo magnetico di Incudine, gli occhi spiritati dalla vertigine del racconto, la voce che percorre tutta la gamma dei sentimenti, il corpo che vibra come fosse invasato mentre la fisarmonica del bravissimo Antonio Vasta amplifica il dolore e la bellezza del racconto.
È l’ultimo respiro di un uomo che ha dedicato ogni giorno alla ricerca e per la ricerca ha sacrificato tutto: un’esistenza segnata da scoperte che avrebbero dovuto sollevare il mondo e invece lo hanno lasciato isolato. “Se già la verità è scomoda, la sua ricerca diventa insostenibile”, scandisce all’inizio dell’atto unico Archimede, frase che riassume l’intero percorso dello spettacolo: la consapevolezza che il sapere, quando è autentico, isola. Dietro il genio c’è la paura, dietro la gloria c’è il dubbio. Ogni invenzione diventa, per Archimede, una ferita: “Alternavo lo sconforto devastante del dubbio – racconta Archimede al legionario, che Costanza Di Quattro rende muto per l’intero spettacolo – e se le mie invenzioni servissero al male e non al bene? E se diventassero distruttive?”.
La scena dell’incendio delle navi romane, colpite riflettendo la luce solare sulle vele grazie a un sistema di specchi, è il punto di frattura. Incudine la attraversa come in trance, voce e corpo trascinati da un ritmo crescente, i piedi a scandire il tempo come fossero tamburi. “Cento specchi, cento donne, un solo grido: ora!”. È qui che il senso di colpa ha il sopravvento sulla genialità e l’obiettivo raggiunto diventa condanna. “Ma io volevo solo spaventarli, non volevo uccidere”, confessa, e la scienza soccombe davanti alla consapevolezza di aver scatenato forze che non può controllare. “Volevo salvare la bellezza immensa di Siracusa, che non avrei mai voluto vedere violentata dall’inizio di una guerra”.
L’attualità del testo di Costanza Di Quattro
L’incubo della guerra, le sue assurdità, percorrono tutto lo spettacolo con interrogativi sospesi più attuali che mai. “Dove stiamo andando? A fare la guerra. E a cosa serve? A conquistare ciò che non abbiamo. E poi, quando l’avremo conquistato?”.
Il tempo scenico si dilata, l’assedio resta fuori ma a divampare è ora la guerra interiore dell’uomo. “Devi amare, ragazzo, contro le ipocrisie”, raccomanda Archimede al legionario, come se consegnasse al futuro la sola formula che conti davvero. È la sua invenzione più importante, “l’unica che valeva la pena di vivere: l’amore”.
Il finale, prima che Archimede venga ucciso dal soldato, è messaggio e monito, asciutto e potente: “Non è la guerra che uccide, ma il silenzio intorno”. Un epitaffio perfetto come epilogo della tragedia, addolcito però dalle ultime parole che Archimede rivolge al suo assassino: “Sei venuto a portarmi la morte e invece, ascoltandomi, mi stai restituendo la vita. Grazie amico mio”.












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