Così sono bisbetica - CORRIERE DI BOLOGNA 8/2/26
- Teatro La Contrada

- 6 giorni fa
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Paola Gabrielli
Dice Amanda Sandrelli: «Mi diverto molto nei suoi panni, ma un po’ alla fine ne soffro». I panni che veste sono quelli di Caterina, protagonista de La bisbetica domata: la celebre commedia di Shakespeare, adattata da FrancescoNicolini e diretta da Francesco Aldorasi, è attesa stasera al Teatro Magnani di Fidenza, a cura di Ater Fondazione, in prima reg ionale ( o r e 2 1 , i n f o ater.emr.it. Il 12 sarà al Comunale di Cesenatico, sold-out). Una versione rinnovata e per alcuni versi spiazzante. Anche se il Bardo «non aveva nascosto nulla».
È una Bisbetica domata piuttosto insolita e moderna la vostra, non crede? «La responsabilità è soprattutto di Nicolini e Aldorasi, ma abbiamo sposato tutti la stessa visione. Anche perché l’idea originaria era di Shakespeare. Non vorrei essere presuntuosa, ma quel finale in cui Caterina tiene il discorso sulla subordinazione della donna e Petruccio fa l’occhiolino agli altri uomini come a dire: adesso sì che ha imparato a comportarsi, preso così alla lettera non ha senso, perché sembra una cretina». Detto a chiare lettere? «Quando hai paura di morire, o di prender delle botte, dici quello che il padrone vuol sentirti dire». Però nel Seicento dominava la farsa. «Abbiamo visto che certe cose non accadono solo nel ‘600. Basti pensare al bellissimo film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani, e sono tempi recenti. Grazie al cielo molte cose sono cambiate, la gente non ride più sui meccanismi che Petruccio mette in atto. La lascia senza mangiare, senza dormire, la manipola in ogni modo e noi abbiamo solo fatto risuonare le parole, lasciando intatta la farsa».
Come reagisce il pubblico? «La gente ride, si diverte dentro una giostra che gira, ma ogni tanto entra in questa specie di prigione che è il rapporto tra Caterina e Petruccio. Si sta sulla giostra, ma alla fine cala il gelo. Lo spettacolo piace, ma arriva anche una bella botta. Del resto, tante violenze accadono ancora e questo fa pensare». Teatro come monito? «Il teatro non è una medicina, ma un’esperienza fisica e se certe parole, certi modi e violenze sono rappresentati, può servire a raggiungere anche le persone in sala e noi donne dobbiamo imparare a riconoscere subito i segnali. Insomma, qua non siamo su Kiss me Kate, che gran parte del pubblico ha in mente. Ma mi diverto molto, anche se ne soffro un po’». Cosa la fa soffrire? «Beh, non è bello essere vinte. Per buona parte Caterina è una forza della natura. Ha un’energia enorme, è allegra, scorretta, simpatica, infantile. Una strega, come tutte le donne avanti nel tempo. Un ruolo interessante per un’attrice, anche se il lavoro è corale e a me piace lavorare insieme agli altri».
Debuttò nel film Non ci resta con piangere con Benigni e Troisi, quel «bisogna provare, provare, provare» è diventato un tormentone. Ora invece, tanto teatro… «Ho scelto da tanto tempo il teatro semplicemente perché mi piace di più. Per il cinema e altro, solo incursioni. Poi, nel mezzo ho cresciuto due figli, ora sono grandicelli ma credo di aver fatto del mio meglio». Per i suoi figli non le ha dato una mano nonna Stefania? «Ah, anche lei era parecchio impegnata! Ma è stata molto presente, malgrado i suoi tanti impegni. E lo è ancora oggi».











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