Lo stabilimento si fa specchio dell'Italia in Ombrelloni - IL PICCOLO 19/04/26
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
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Annalisa Perini
Oggi e domani al Teatro dei Fabbri in scena la produzione di Accademia Perduta
Una scenografia minimalista, ma, in una grande complicità tra il monologo e le evocazioni musicali, sul palcoscenico palpita di vita il Bagno Kursaal, fittizio stabilimento per famiglie romagnolo che sembra aver attraversato, immutato, gli ultimi trent’anni della storia italiana. Ed è tempo di “Ombrelloni”, riflessione malinconica, ironica, satirica e pervasa di realismo magico sull’identità del nostro paese, indagata attraverso la lente delle vacanze, clima e spazio agognato in cui è possibile svestirsi della consueta quotidianità e dare il meglio e il peggio di sé.
Oggi e domani alle 20.30 al Teatro dei Fabbri, per la rassegna a cura della Contrada, è in scena la produzione di Accademia Perduta/Romagna Teatri e Studio Doiz. Il testo è di Iacopo Gardelli, anche alla regia. Lorenzo Carpinelli interpreta il bagnino, custode di storie e tratti paradossali e bizzarri che si intrecciano tra sedie sdraio, salvagenti e brandine. Gardelli ibrida dal vivo stili e tematiche care al teatro di narrazione con il sassofono del compositore Giacomo Toschi che firma le musiche originali, da atmosfera sospesa e sognante tipica delle coste romagnole. «Per tre mesi all’anno gli stabilimenti balneari diventano grandi condomini costruiti sulla sabbia – osserva l’autore e regista – Sotto gli ombrelloni si forma una comunità di inquilini temporanei, un microcosmo intimo ed esibizionista al contempo. Ognuno ha la sua ossessione».
Lo spettacolo trasporta così il pubblico idealmente sotto il sole dell’Adriatico e nel racconto della stagione estiva. Un riviera blues, che è anche una riflessione sul presente e il futuro di un ambiente denso di suggestioni comuni, abitudini, ricordi condivisi e condivisibili ed esperienze auspicabili. E che però non è soltanto uno scontato, ingenuo e rassicurante alveo tra granelli invadenti, e rischia di scomparire per sempre. Se quella balneare sembra una vita destinata a ripetersi uguale a sé stessa per l’eternità la spiaggia è infatti una linea fragile. «Il turismo di massa, la subsidenza e l’innalzamento del livello del mare – sottolinea – minacciano l’esistenza di un ecosistema che, per troppo tempo, abbiamo dato per scontato. Il monologo riflette su come, per anni, abbiamo fatto finta di niente, cercando di nascondere il problema sotto la sabbia». E si cita anche l’acuto, ironico, sguardo antropologico dello straordinario fotografo dell’ordinario e delle abitudini (e storture) di massa, il britannico Martin Parr (scomparso a dicembre e attualmente celebrato, sino al 24 maggio, da due mostre, a Parigi, al Jeu de Paume, e a Bristol, alla Martin Parr Foundation): «È possibile capire molto di un paese guardando le sue spiagge. In tutte le culture la spiaggia è quel raro spazio pubblico in cui si possono trovare le assurdità e i comportamenti eccentrici tipici di ogni nazione».


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