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Molti applausi per «Un sogno a Istanbul» al Due. La Maša di Maddalena Crippa,un’oasi di bellezza e malinconia - GAZZETTA DI PARMA 14/2/26

  • Immagine del redattore: Teatro La Contrada
    Teatro La Contrada
  • 16 feb
  • Tempo di lettura: 2 min
 Gli attori Maddalena Crippa, Maximilian Nisi, Mario Incudine e Adriano Giraldi sono in palco che recitano Un Sogno ad Istanbul, produzione del Teatro La Contrada. Sfondo di scena blu, tavolo bianco con attore annoiato e attore in primo piano con chitarra

È Maddalena Crippa a essere Maša in scena, l’affascinante figura femminile «dai grandi occhi neri, la chioma ramata» di «Un sogno a Istanbul», capace di trasmettere la gioia e la malinconia anche con il canto, parole e suoni che sanno evocare colori, profumi, sapori il caffè, la mela cotogna e atmosfere di neve. Nel cuore sempre Sarajevo: «qui il luogo vince su tutto, anche sulle stirpi», belle le donne, «figlie dei matrimoni misti della Bosnia, altro che purezza della razza!». Nella «Cronologia possibile » al termine della raffinata «Ballata» di Paolo Rumiz edita da Feltrinelli, con gli anni che vanno dal 1916 al 2012, comprendendo anche «la maledetta guerra di Bosnia», dolori e distruzioni, Max Altenberg, il protagonista della storia d’amore con Maša, spiega all’Autore, uno dei personaggi dello spettacolo visto a Teatro Due, come lui possa raccontare di quel legame intenso, che tutti sa commuovere, avendo fiducia solo nella potenza dell’oralità. Ma l’anno seguente lo stesso Max dice che avrebbe potuto lui - Rumiz? solo un espediente letterario? - scrivere la sua «ballata», una meraviglia di ritmi avvolgenti che ritornano a frammenti nella trasposizione teatrale, regia di Alessio Pizzech, regista che si stima da tempo, raffinato, sensibile nell’equilibrare recitazione, musica e canto, protagonisti, accanto a Maddalena Crippa, Maximilian Nisi, Adriano Giraldi e il pluristrumentista e cantastorie Mario Incudine. Max, austriaco, ingegnere civile, ha cinquantaquattro anni quando deve partire per una missione umanitaria, gennaio del ‘97: «missione breve - dice al padre - e poi a Sarajevo non si spara ormai da un anno». E lì avviene l’incantamento, al primo incontro, già al saluto di Maša, il suo nome «come un talismano/ fu Cabala, nsime di Dervisci», donna segreta, «avvolta in un’a ureola di bellezza». S’impara a conoscerne la storia. L’amato Vuk aveva ucciso pochi giorni prima del matrimonio - ed era andato in prigione. Ma lei voleva diventare madre - e trovò la persona da sposare, con cui ebbe due figlie: contratto a termine. E Vuk, graziato per andare in guerra, era tornato, breve il tempo insieme, ucciso in casa da una scheggia di granata. Max è presto e definitivamente rapito da Maša, sente il desiderio di toccarla, ma a lungo non osa. E la sera prima della sua partenza per Vienna la sente cantare «Le cotogne di Istanbul», canzone del distacco, dove ritorna il lamento, lungo e ripetuto, «aman, aman», il pianto dell’esilio. Per tre anni lui la cercherà: invano. Gli telefonerà lei: è ammalata. Il giallo di quel frutto mitico sembra dover convivere con il nero del lutto. È senza capelli Maša/ Maddalena Crippa. Accesa e dolce la passione con cui sapranno amarsi. Con Max che, al ritorno da Istanbul in tempo per il funerale, metterà una mela cotogna tra le mani di colei che gli era stata «oasi, rifugio». Scrive Rumiz nel prologo «vi prego non chiamatela poesia», il suo solo racconto «su riga breve». Una ballata che, come nella grande tradizione orale, è necessario che continui a viaggiare attraverso l’ascolto, la voce di tanti, «il solo modo perché non si fermi». E questo diranno in coro i quattro protagonisti al termine di «Un sogno a Istanbul»: un dono per il pubblico. Esplosivo l’a pplauso.


Valeria Ottolenghi



 
 
 

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