Maddalena Crippa «Maša, la forza e la femminilità» L'attrice protagonista di «Un sogno a Istanbul», da Rumiz. - GAZZETTA DI PARMA 06/02/26
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
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Del suo personaggio, Maša, ama la forza e la femminilità, intesa anche come maternità: un dettaglio importante perché è questa la crepa attraverso cui, nella fiction della scena, entra il reale di chi la interpreta.
L'interprete è Maddalena Crippa, artista che non necessita di presentazioni: porterà a Parma «Un sogno a Istanbul», liberamente tratto dal libro di Paolo Rumiz «La cotogna di Istanbul», il 12 e 13 febbraio alle 20.30 a Teatro Due.
Signora Crippa, come si è accostata al romanzo di Paolo Rumiz e che cosa l'ha spinta a voler interpretare la protagonista? «Devo tutto a Alessio Pizzech, il regista: il progetto nasce da lui, mi ha sottoposto "La cotogna di Istanbul" che non è un romanzo "normale" bensì una "ballata per tre uomini e una donna", è scritto in endecasillabi. Ho trovato la storia bellissima, affascinante, soprattutto la figura di questa donna. Maša è musulmana, forte e aperta, nella ex Jugoslavia in cui convivevano etnie e religioni. Ha una grandissima femminilità. I tre uomini sono i suoi tre amori. Il primo, due giorni prima del matrimonio, ammazza una donna che era innamorata di lui, per cui va in carcere. Lei lo adora, glielo dice, ma gli dice anche che desidera dei bambini, per cui sposerà un altro per essere madre. E così fa. Quando scoppia la guerra, chiede al marito di prendere le figlie e andare lontano. Nel frattempo il primo amore esce di galera, si ricongiungono ma lui muore. Nel 1997 a Sarajevo arriva l'incontro con Max, austriaco: un grande amore ma sono costretti a separarsi. Quando si ritroveranno, lei sarà malata. All'inizio ho una parrucca rossa, folta, stupenda ma sotto c'è la calotta perché, alla fine, Maša lotta contro il cancro. Eppure, nonostante la malattia, vive un grande amore, sensuale, erotico e profondo».
Il libro Rumiz è una ballata. Come rendete il "ritmo" nello spettacolo? «Questo è l'interessante perché Alberto Bassetti ha attuato una riduzione teatrale in una forma che non è né un musical, né una commedia con musiche, né un testo teatrale, è una ballata».
Lei canta? Lo ha fatto spesso, è brava... «Sì, ho una canzone in bosniaco. Mario Incudine, che oltre a recitare ha anche composto le musiche, suona dal vivo la fisarmonica e una serie di strumenti turchi di sonorità diverse».
Maša è descritta come austera, selvaggia, «occhio tartaro e femori lunghi», una donna bellissima. A lei la sensualità non manca ma come riesce a passare dalla forza ferina che il personaggio ha all'inizio alla fragilità finale? «Come dire, è la sfida del del personaggio e anche la bellezza del racconto, perché questa donna, nonostante tutto, vive ogni cosa fino in fondo».
Lei ha interpretato grandi eroine del mito. In qualche modo Maša può appartenere a questa stirpe di donne senza tempo che segnano il destino? «Sì, in più quel che mi affascina di Maša è che, a differenza di noi occidentali, non sacrifica la sua femminilità, intendo in questo anche l'essere madre. Noi, per il lavoro, la carriera o altre ragioni, rinunciamo a questa ricchezza che è la maternità. In particolare, io li avrei voluti i figli ma non mi sono venuti, è una mancanza grave nella mia vita. Ho capito che per quanto io sia volitiva, per quanto abbia provato anche attraverso la medicina, se alla fine i figli non sono venuti, è perché non tutto si può avere e questo va accettato, va abitato, va assunto»
Avrà trovato un modo di affiliare qualcuno o qualche cosa... «Ma adesso così, giocando, diciamo che ho affiliato la giovane attrice che lavora con noi da ormai sei anni, Emilia Scatigno. Stava con noi nel "Compleanno" di Pinter, in "Crisi di nervi" di Cechov che è stato un successo pazzesco».
Parlando invece di amore, perché questa una pièce che parla di amore, lei ha avuto e ha un amore grande: suo marito, il regista tedesco Peter Stein. «Certo, è stato un incontro importantissimo, siamo insieme da 36 anni. Ha già visto la pièce, questo è il secondo anno che la portiamo in tournée. È stato con me a Trieste mentre la preparavo, siamo stati bene».
Infine: perché noi, nel 2026, cerchiamo e ci commuoviamo per storie che parlano di amori che si incrociano tra le macerie della storia? «Tra le macerie della guerra. Quella raccontata nella pièce era un'avvisaglia importante: adesso la guerra è scoppiata dappertutto. L'abbiamo intorno, sono tempi di un buio totale. E in ogni caso, io sono felice di fare il teatro perché il teatro mi sembra davvero l'unico luogo dove ancora l'essere umano si ritrova nel sociale in una dimensione bella, presente, insieme agli altri».
[Citazione in evidenza] «Io li avrei voluti i figli ma non mi sono venuti, è una mancanza grave nella mia vita. Ho capito che per quanto io sia volitiva, alla fine non tutto si può avere e questo va accettato».
Mara Pedrabissi












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