nuvolario Contemplare le nuvole - IL TASCABILE 13/02/25
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
- 4 giorni fa
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Office for a Human Theatre e Filippo Andreatta hanno portato in teatro la misteriosa vaghezza del cielo, tra i suoni di Steve Reich, Iggy Pop, Daniel Lopatin.

Com’è possibile arrivare a temere il cielo? Non nel senso religioso, ma proprio arrivare a considerare minaccioso qualcosa di morbido e cangiante come le nuvole? Come è possibile che il cielo si abbassi e spazzi via tutto quello che si è costruito in tutta una vita? E quelle nuvole di fumo e fuoco che salgono verso l’alto? Dopo la terza alluvione in sedici mesi in Emilia Romagna e l’uragano Milton in Florida, e l’invasione di Gaza, mi sono detta che forse il cielo può decidere di vendicarsi, ribellarsi alla guerra, rispondere altrove con forti venti, incendi, piogge e cicloni altrettanto distruttivi. Ovviamente è solo un pensiero, magico se vogliamo, dovuto alla sovrapposizione delle immagini del geno-eco-urbi-cidio inflitto dallo Stato d’Israele sui territori occupati e limitrofi della Palestina e del Libano, con il supporto di Europa e Stati Uniti, con quelle dei sempre più frequenti disastri climatici. Nonostante io ammetta di aver speso molte ore della mia esistenza a osservare il cielo e le sue sfumature, l’ammirazione ultimamente si è caricata di timore prima di ogni temporale, di una triste malinconia a ciel sereno, e angoscia per ogni colonna di fumo che s’innalza durante l’estate rovente.
La nuvola rimane comunque l’oggetto di contemplazione per antonomasia, ossessione dei pittori romantici, riempimento del cielo e superficie riflettente che colora i raggi ultravioletti del sole; sono le nuvole a stabilire la tonalità del cielo, il colore del mare e la velocità del vento. L’interesse della compagnia teatrale Office for a Human Theatre e di Filippo Andreatta per le nuvole parte dalla loro vaghezza, dal rendere visibile quello che non c’è. Come le nuvole, il nuovo progetto nuvolario è evanescente, cambia forma mantenendo il suo nome: è un’installazione per il palcoscenico che usa a regola d’arte il dispositivo teatrale, con una scena vuota e un affaccio sul cielo, e un teatro musicale, una scenografia per la dinamica ritmica di Music for 18 Musicians (Mf18M) di Steve Reich, interpretata dall’ensemble Sentieri selvaggi di Carlo Boccadoro, Filippo Del Corno, Angelo Miotto, con il progetto video di Lorem (Francesco D’Abbraccio).
Mentre scrivo scenografia mi accorgo di aver scelto un termine troppo rigido, limitante, come se una scatola non possa contenere una cosa, come se un aspetto solo non possa definire l’intero dispositivo teatrale, come se luce, fumo e suono non filtrassero fuori fino a condizionare il ritmo del nostro respiro collettivo di pubblico. Nella sua intenzione nuvolario è una tassonomia di appunti sulle forme del cielo e della loro rappresentazione, che letteralmente si materializza con degli artifici, registrazioni o espedienti formali per riportare il cielo su un palcoscenico e restituirlo a un pubblico (come se fosse tangibile). L’ambizione non può che essere restituita in frammenti e tentativi, ma nuvolario si inserisce in una tradizione ben radicata nella storia dell’arte di osservatori della volta celeste. Con queste premesse proverò a raccontare le due iterazioni di nuvolario che ho esperito (non posso usare visto, né fruito, né assistito), questa volta cercando di non tirare troppo in ballo le emozioni, perché mi sono già esposta abbastanza confessando di investire una gran parte del mio tempo nell’osservare il cielo.
Ho attraversato l’installazione di nuvolario a fine settembre alla Centrale Fies di Dro. Era sul palco, aveva quattro lati alti quasi come il teatro, quello frontale era un fondale dipinto di nuvole su un cielo azzurro sollevato appena per permettere al pubblico di sgattaiolarci sotto e letteralmente “infilarsi” nel cielo, per andare a vedere cosa c’è dietro/dentro. Anche se credo che, come ogni cielo, quando una entra, ogni momento sia sempre diverso, posso dire che quando sono entrata io c’era un piccolo rettile in un angolo (giocattolo o imbalsamato?), la luce si rifletteva sulle pareti bianche del sipario. Anche se sono rimasta dentro per quello che sembrava molto tempo, l’aspettativa che qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro non mi ha fatto ben godere dei dettagli, ma cercare degli indizi, come ad esempio – come quando guardo il cielo – a che velocità sono programmate le luci, quanto lentamente cambia il loro riflesso? Lo si percepisce da dentro o devo uscire, guardarlo da fuori? Tanto che ho seguito fuori la terza persona che velocemente è entrata e riuscita, senza avere un’idea precisa di quanto tempo avessi trascorso effettivamente dentro. Mi sono seduta sugli spalti per guardare il fondale e poco dopo è partito il brano, molto breve ma intenso, The Pure and the Damned di Oneothrix Point Never (Daniel Lopatin) interpretato da Iggy Pop. Mentre la luce aumentava di intensità mi sono ritrovata in altri luoghi di contemplazione a me familiari e l’insistenza tonale della voce sulla parola “love” mi ha fatto pensare a quanto siano effettivamente simili (e futili) i tentativi pittorici di disegnare (fermare) le nuvole e le formulazioni letterarie di descrivere (definire e incasellare) l’amore.
Come un fenomeno atmosferico, quasi esattamente un mese dopo, nuvolario si è materializzato a Romaeuropa Festival al Teatro Argentina, con appunto una scenografia, un concerto, una proiezione di immagini fotografiche e testi altrui relativi all’oggetto-nuvola; una ricerca biblio-iconografica che tiene le fila di alcuni dei tentativi di rappresentazione, meteorologia e database, digressioni letterarie, esperimenti scientifici e appropriazioni indebite a scopo militare. Fatti sulle nuvole – che suona come un ossimoro, il voler afferrare l’inafferrabile, una divinazione dell’oracolo, due piedi ben fissi a terra mentre il vortice sonoro dietro le informazioni prova a tirarci su come il tornado fa con la casa di Dorothy. Tanto che quando finisce il carrello di informazioni tiro un respiro di sollievo, perché finalmente posso seguire il vento, lasciare che sia l’ambiente a trasportarmi – di nuovo non saprei scegliere tra le immagini, la luce e il suono, come quando arriva un temporale, anche se nella mia poltroncina sento la pesantezza del corpo, la scomodità, il tempo fuori dal teatro che scorre, nell’anima succede tutt’altro, come se si potesse credere ancora al dualismo, in nome della sacra spiritualità della nuvola, come quando arriva un temporale e lo osservo e sento la solidità delle pareti attorno a me. Il Teatro Argentina anche s’alleggerisce, paradossalmente diventa meno barocco, mentre l’orchestra fluttua sulle nuvole che fluttuano davanti ai nostri occhi, talvolta sopra le nostre teste.
L’artificio dell’imitazione di un fenomeno atmosferico così già carico di interpretazioni lo rende tanto versatile e adattabile quanto la sua stessa essenza. La nuvola, nube, idrometeora fatta di microparticelle sospese, la nefologia che le studia e le classifica, perché una nuvola può essere isolata ma non è mai sola: veli nottilucenti e cirrocumuli, nembostrati e cumolonembi, che osserviamo da sotto o da dentro, nella nebbia, irresistibile fotografia, o tentazione di cercarvi dentro una somiglianza con un qualcosa che esiste e sia fisso, abbia una definizione o una narrazione ‒guarda lì c’è un coccodrillo che adesso sembra un leone. È una nuvola molto materica che ora archivia tutti i nostri dati sensibili, che consuma più acqua di una montagna, tutt’altro che effimera.
Quanti colori ci sono in un’alba? Mi vien da pensare che forse il cielo si dipinge da solo, come atto d’amore per chi si alza presto abbastanza per farne esperienza. Mentre prosegue Mf18M, e accelera, cambia il cielo davanti ai nostri occhi inarrestabile, e noi seguiamo fisicamente con gli occhi i movimenti dell’orchestra amplificati dal gioco di luci che ne valorizza la presenza, proiettandoli sul retro del tulle ingranditi. A quanto pare, la combinazione con Mf18M nasce (proprio come una storia d’amore) da una passione longeva di Office for a Human Theatre per la musica di Steve Reich, e dal suo incontro fortuito con l’ensemble Sentieri selvaggi, primo ensemble italiano a interpretare live Mf18M in Italia, e agisce sul ritmo del respiro, che diventa la misura delle pulsazioni del brano, una composizione collettiva contro la direzione musicale, scritta proprio per ensemble, vale a dire che tutti i componenti devono guardarsi e sentirsi, e non c’è mai una fine esatta dell’esecuzione. Dalle nuvole ai respiri, nuvolario si manifesta dichiaratamente nell’aere, nella variazione dell’intensità.
Non so se il nostro respiro (del pubblico) si sia effettivamente sincronizzato, ma per un momento che è durato più a lungo, i nostri occhi si sono sicuramente posati sullo stesso paesaggio, ognuna col proprio pensiero. Il teatro per un momento si è svecchiato, è uscito dal pathos e dalla fissità, ansimante anche lui si è messo a pensare forse al proprio destino ‒ nelle mani di chi sono finito? E perché dev’essere così agognata questa contemporaneità che porta anche i nostri corpi sognanti che nel teatro vedono altri orizzonti, s’immaginano posture altre. A tal punto che all’uscita mi è scesa quella malinconia pensando da quanto non tornavo a teatro, perché purtroppo non c’era stato motivo di tornare in un teatro in preda al potere e al passato. Come dice giustamente il collettivo Il Campo Innocente “Noi vogliamo tutt’altro”‒ e una volta scesa dal cielo e tornata al reale, comunque ho sentito che questo “tutt’altro” forse è possibile, che la cangianza è un valore aggiunto, e quanto sia necessaria la rabbia, anche se la contemplazione sente a volte la mancanza della leggerezza, si muove la nuvola sullo stesso cielo cambiando costantemente colore, forma e sostanza.





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