top of page
Logo celebrating the 50 years of history of Teatro La Contrada

Pugni Chiusi. Roberto Spazzali: «Ho capito che la storia stava dentro le persone» LA VOCE DEL POPOLO - 05/10/26

Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
La Contrada TeatroStabilediTrieste
6 ott
Tempo di lettura: 6 min

Rosanna Turcinovich Giuricin


Un volume a 19 voci per i 70 anni dello studioso triestino, mentre al Teatro dei Fabbri va in scena «Pugni chiusi»


Roberto Spazzali con Daniela Picamus e Luca G. Manenti. Foto Rosanna Turcinovich Giuricin
Roberto Spazzali con Daniela Picamus e Luca G. Manenti. Foto Rosanna Turcinovich Giuricin

La storia protagonista. È stato presentato solo qualche giorno fa a Trieste il volume “Settant’anni di storia, un libro per raccontare Roberto Spazzali” mentre oggi e domani (sabato e domenica) va in scena “Pugni Chiusi. Ottobre 1966, la rivolta di Trieste”, testo dello storico triestino, produzione La Contrada, drammaturgia e regia di Sara Alzetta.


La generosità di Roberto Spazzali è nota, ha saputo trasferire la propria conoscenza in libri, prefazioni, articoli, saggi e testi teatrali, con grande slancio, con rigore e fantasia. È uno degli studiosi triestini che è riuscito a raccontare l’esodo con estremo rigore affidandosi alle fonti, operando sia negli archivi che impegnandosi nella raccolta di testimonianze.

“Stavo riordinando l’archivio della LN – ha spiegato Daniela Picamus, docente di lettere, studiosa di autori dell’area giuliana – e ho trovato una marea di testi firmati da Spazzali. Ho pensato che per i suoi settant’anni sarebbe stato bellissimo pubblicare un libro ‘dedicatorio’ in cui amici, colleghi e conoscenti, potessero scrivere di lui. Ho coinvolto il collega Luca G. Manenti, dottore di ricerca in storia contemporanea, di occupa di storia del confine orientale, e questo è il risultato”.


Un racconto collettivo

I libri “celebrativi” sono una prassi nelle università anglofone, dove vengono celebrati gli anni di attività in prossimità del pensionamento dei docenti. Meno frequenti in Italia. “Ma questo è qualcosa di più”, avvertono i curatori. “È, prima di tutto, un racconto collettivo. Quello di una vita spesa tra archivi, libri, giornali, televisione, scuola e divulgazione storica. Una vita che, arrivata al traguardo dei settant’anni, è stata raccolta in un volume di 409 pagine, con il contributo di 19 autori. Avvicinandosi l’anno del settantesimo – è stato spiegato durante la presentazione – è maturata l’idea di produrre un libro che non fosse soltanto in onore di Roberto, ma un omaggio a una persona vivente, che vedesse riconosciuti i suoi meriti e le sue produzioni ancora in fieri”.

Una grande sorpresa per il prof. Spazzali, che di fronte al fatto compiuto “è rimasto stupito, ma anche profondamente commosso” soprattutto scorrendo i nomi di chi ha contribuito, non solo gli storici, ma anche giornalisti, docenti, autori, professionisti di tutte le discipline nelle quali anch’egli si è cimentato, con successo. A firmare i diversi contributi intellettuali protagonisti della scena culturale cittadina. Un gruppo eterogeneo che restituisce un’immagine più completa del festeggiato: S. Alzetta, A. Andri, F. cecotti, A.Comisso, M. Cuzzi, P. Delbello, A. Krekic, L.G. Manenti, E. Miletto, G. Paolin, D. Picamus, P. Sabatti, E. Samer, P. Sardo Albertini, P. Spirito, M. Stoppa, G. Tatò, A. Vezzà, A. Vinci. “Questi 19 nomi attraversano come una stella cometa tutta la mia esistenza, perché sono tutti cari amici”. E partono i ricordi.


«Meglio che studiare…»

“Prima del Covid – dirà Adriano Andri – avevamo proposto dei laboratori di storia alle superiori, sondando e verificando così l’interesse dei ragazzi… Meglio che studiare, rispose qualcuno e la cosa ci divertì moltissimo”.

Tra i contributi spicca una vera e propria mappatura della produzione storiografica di Roberto: prefazioni, introduzioni, postfazioni, presentazioni, saggi, monografie e curatele. Un lavoro imponente, necessario per restituire la dimensione di una produzione che attraversa decenni di storia e che traccia un filo rosso tra l’Unità d’Italia e il ritorno di Trieste all’Italia nel 1954, senza fermarsi a quelle date e concentrandosi in particolare sui drammi del Novecento.

Nel volume trovano spazio anche i testi teatrali scritti nel corso degli anni e rappresentati in luoghi particolarmente significativi della città, dalla Risiera di San Sabba al Museo Revoltella e al Conservatorio Tartini. Un modo ulteriore per mettere insieme ricerca storica e divulgazione, facendo uscire la storia dagli archivi e portandola nei luoghi della memoria.


L’origine medievista

La storia entrò nella sua vita anche attraverso i racconti familiari. La nonna aveva vissuto la Prima guerra mondiale, il padre la Seconda. Proprio il padre, un giorno, lo portò nei luoghi dove aveva lavorato durante la guerra. “Qui mi hanno mandato i tedeschi a scavare”, gli disse. Fu allora, ha spiegato Roberto, che comprese qualcosa destinato a segnare il resto della sua vita: “Ho capito che la storia stava dentro le persone”.

“Fui testimone dello sciopero per la chiusura del cantiere S. Rocco. Stavo alla finestra e mi proteggevo con una maschera da sub dal fumo dei lacrimogeni che in tanti momenti coprivano la scena, ma io non mi schiodavo”.

Nel 1967, ancora bambino, durante l’esame di quinta elementare, decise di scrivere della Guerra dei Sei Giorni. “Ero incollato al televisore e guardavo i telegiornali – ha raccontato – e sentivo un’attrazione per un fatto della contemporaneità che capivo che stava diventando storia”.

Le letture, gli archivi e la ricerca arrivarono dopo. All’università la formazione fu inizialmente medievalistica. “La mia origine è medievista. Sono laureato in istituzioni medievali”. Ma l’insegnamento ricevuto lo portò soprattutto a una convinzione destinata a diventare centrale nel suo lavoro: “La storia si fa sulle fonti”.


La storia può far male

E insieme alla ricerca arrivò la necessità di divulgare. Negli anni Ottanta ci fu l’esperienza televisiva, con la realizzazione di documentari dedicati alla storia di Trieste e alla memoria della guerra. Uno dei lavori più impegnativi riguardò la campagna di Russia degli alpini: quasi un anno e mezzo di lavoro e una quarantina di interviste raccolte in diverse città italiane.

Non i personaggi più conosciuti, ma soprattutto la gente comune. Soldati semplici, ex prigionieri, persone che per decenni avevano tenuto dentro di sé ricordi dolorosi. “Qualche volta la storia fa bene e fa male – è stata la riflessione –. Se uno l’ha vissuta per davvero gli può fare anche molto male”.

Il tema ritorna nell’esperienza degli anni Novanta, quando il lavoro sulle testimonianze del lavoro coatto porta alla raccolta di quasi duecento nominativi. Molti non avevano mai raccontato nulla in famiglia. Da qui una definizione suggestiva del mestiere dello storico: “Dovremmo essere qualche volta un po’ i medici dell’umanità. Dovremmo usare la storia come una medicina”.


Archivi abbandonati

Ma la storia, oggi, secondo Roberto, vive anche una difficoltà di trasmissione. E c’è un altro problema: quello degli archivi. “Mi fa pena pensare che esistano ancora tanti archivi abbandonati al loro destino”. E soprattutto: “Se noi perdiamo la memoria della storia della scuola e dell’educazione, non capiamo la società”.

Il tema della memoria torna anche nel ricordo del maestro delle elementari. Un giorno, nell’ultima giornata di scuola, il maestro raccontò alla classe la propria esperienza nella campagna d’Africa settentrionale. Parlò per quattro ore e pianse. Quella scena è rimasta come una firma, una promessa nella memoria di Roberto.

“E quindi vedete, qualche volta nulla nasce per caso. C’è un input che ti arriva improvvisamente e che ti porta in una certa direzione”. Una direzione che ha attraversato settant’anni di vita e che oggi viene raccontata attraverso il libro.


I «pugni chiusi»

Un volume pensato per una celebrazione, ma diventato qualcosa di più: la fotografia di una comunità di amici, studiosi e colleghi e, insieme, il racconto di un rapporto con la storia che nasce molto prima dei libri. Nasce dai racconti di famiglia, dalle strade di Trieste, dalle fotografie, dalle carte d’archivio, dalle voci dei testimoni.

Nasce, soprattutto, dalle persone. Così come racconta nei suoi scritti teatrali. Uno dei quali va in scena stasera alle ore 18 al Teatro dei Fabbri e domani alle ore 16.30, medesimo teatro. Protagonisti Adriano Giraldi e Sara Alzetta. Alla chitarra, Emanuele Laterza suonerà le canzoni di quei giorni. Verranno proiettate le immagini dei tumulti, dalla fototeca del Comune di Trieste.

Il titolo “Pugni chiusi” riprende quello di una canzone dei Ribelli, del 1966, una sorta di manifesto generazionale, profezia di un tempo di contestazione all’orizzonte. Ma “pugni chiusi” vuole anche in qualche modo evocare la rabbia e l’insoddisfazione di Trieste, una città in declino, mentre il resto d’Italia viaggia ancora nella scia del boom economico. Un declino congiunturale e di prospettive.

La Trieste industriale non regge più la concorrenza, anche se garantisce salari e posti di lavoro. Il porto paga i ritardi infrastrutturali, l’economia si è ridotta al commercio manifatturiero di frontiera e al settore amministrativo pubblico in crescita, per conservare la pace sociale e il consenso. La crisi del cantiere San Marco, fatto sopravvivere artificialmente, è il simbolo della condizione che vive la città intera.

La storia, grazie a Spazzali, va in scena, emoziona il pubblico, lo motiva a ragionare a vigilare su ciò che lo circonda. Lo fa in dialetto.

A fine serata, un breve saggio offerto agli ospiti presenti in libreria dalla stessa Sara Alzetta, la musicalità del dialetto si espande, culla i pensieri, riporta a scene già vissute, già registrate… diventate storia. Roberto Spazzali lo sa e lo racconta in questo suo splendido settantesimo compleanno.


Commenti


bottom of page