Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “Pazza” - GBOPERA 17/02/26
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
- 19 feb
- Tempo di lettura: 4 min
Davide Oliviero

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
PAZZA
di Tom Topor
con Vanessa Gravina e Nicola Rignanese
e con Maurizio Zacchigna, Fabrizio Coniglio, Massimo Rigo, Gloria Sapio
scene Gaspare De Pascali
costumi Sandra Cardini
musiche Enza De Rose
luci Bruno Guastini
adattamento e regia Fabrizio Coniglio
La Contrada Teatro Stabile di Trieste
Roma, 17 febbraio 2026
«La follia è una condizione umana», scriveva Michel Foucault, «non un accidente marginale». E tuttavia, nella pratica sociale, essa diventa spesso un’etichetta strategica, un dispositivo di contenimento. “Pazza” non è soltanto un termine clinico: è una parola che isola, che delegittima, che sottrae alla responsabilità pubblica. Pazza di Tom Topor, nell’allestimento diretto da Fabrizio Coniglio, si colloca precisamente in questo spazio ambiguo, dove la diagnosi confina con il giudizio morale e la psichiatria lambisce la convenienza. La storia della clinica è costellata di donne dichiarate isteriche, instabili, inadatte alla misura dominante. Non è necessario forzare i paralleli: basta osservare come, anche qui, la categoria della follia venga evocata non per comprendere, ma per neutralizzare. Claudia, prostituta di lusso, ha ucciso un cliente. Il fatto è indiscusso; ciò che si contende è la sua qualificazione. La famiglia, custode di una rispettabilità senza incrinature, tenta la via dell’infermità mentale: sottrarre la donna al processo, affidarla a un istituto, chiudere il caso con discrezione. Claudia, invece, chiede di essere giudicata. Rifiuta l’alibi patologico, rivendica la propria lucidità, pretende di rispondere delle sue azioni. Il conflitto è netto e la drammaturgia lo espone con chiarezza. Non si tratta di stabilire se la protagonista sia sana o malata, ma di interrogarsi su chi abbia interesse a definirla tale. La regia sceglie una linea di sobrietà rigorosa: lo spazio scenico è essenziale, costruito su pochi elementi funzionali, quasi a evocare un’aula mentale prima ancora che giudiziaria. Le scene di Gaspare De Pascali disegnano infatti un ambiente controllato, ordinato, dove ogni oggetto sembra collocato secondo una logica di disciplina. Nulla invade, nulla distrae; tutto concorre a concentrare l’attenzione sul confronto. Anche le luci di Bruno Giuastini svolgono un ruolo decisivo in questa architettura asciutta. Tagli netti, campiture fredde, improvvisi restringimenti del campo visivo accompagnano i passaggi più intensi. Non vi è ricerca di suggestione decorativa: l’illuminazione modella i volti, ne scolpisce le tensioni, accentua i silenzi. Nei momenti in cui il passato riaffiora, la luce si fa più radente, quasi a isolare la figura di Claudia dal contesto, trasformando la scena in uno spazio interiore. È un disegno luminoso che non commenta, ma incide. In questo quadro controllato, Vanessa Gravina offre una prova di straordinaria compattezza. La sua Claudia non è mai sopra le righe, mai incline al compiacimento emotivo. È una donna che pensa mentre parla, e questa qualità si avverte in ogni inflessione. La voce, governata con finezza, sa farsi tagliente senza perdere eleganza; il corpo resta saldo, quasi ancorato a una dignità che nessuno può sottrarle. Nei passaggi più intensi, l’attrice lavora per sottrazione: basta un lieve rallentamento, un’ombra nello sguardo, per suggerire la profondità di un passato ingombrante. Non c’è isteria, non c’è vittimismo; c’è una lucidità che diventa forza scenica. Nicola Rignanese, nel ruolo dell’avvocato d’ufficio, costruisce un percorso altrettanto raffinato. All’inizio prevale la misura professionale, un distacco controllato. Progressivamente, però, l’attore introduce scarti impercettibili che rivelano un coinvolgimento crescente. Una pausa più lunga del previsto, una parola pronunciata con peso diverso, uno sguardo che si trattiene: dettagli che compongono un’evoluzione credibile e intensa. Il suo avvocato non si trasforma in eroe, ma in interlocutore autentico, capace di riconoscere nella cliente una coscienza vigile. Le scene tra Gravina e Rignanese sono il cuore vibrante dello spettacolo. Non vi è mai scontro plateale; si assiste piuttosto a un dialogo serrato, a un confronto tra due intelligenze che si misurano. La tensione nasce dall’ascolto reciproco, dalla precisione con cui ciascuno raccoglie e rilancia la battuta dell’altro. Attorno a loro, Maurizio Zacchigna, Massimo Rigo, Gloria Sapio (bravissima) e lo stesso Fabrizio Coniglio delineano con misura il perimetro familiare. Le loro interpretazioni, composte e credibili, restituiscono un ambiente in cui la normalità è forma e disciplina. Proprio questa compostezza rende più evidente la pressione esercitata sulla protagonista: non urla, non eccessi, ma una fermezza sociale che sa farsi implacabile. Il pubblico ha seguito la rappresentazione con quella attenzione composta che è il primo segno di rispetto verso il teatro di parola. Nessuna distrazione, nessun abbandono alla superficialità dell’effetto: la sala è rimasta vigile, raccolta, quasi trattenuta nel ritmo serrato del confronto scenico. Al calare del sipario l’applauso è sorto netto, senza esitazioni, e si è disteso in una durata significativa, richiamando più volte in scena la compagnia. Un consenso misurato ma fervido, indice di una partecipazione autentica e consapevole. Pazza si conferma così uno spettacolo di solida costruzione, fondato su una recitazione di qualità e su un impianto registico coerente con la natura del testo. Non indulge a facili colpi di scena, né ricerca effetti esteriori: preferisce affidarsi alla forza dell’argomentazione drammatica. E l’interrogativo che consegna allo spettatore non si esaurisce nella vicenda della protagonista, ma tocca un nodo più ampio e attuale: con quale diritto una società decide di tradurre in patologia ciò che non riesce a governare? Dove termina la responsabilità individuale e dove ha inizio la definizione di follia?




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