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Violenza, ipocrisia, abuso, potere e la solita scusa della pazzia: "Pazza" - IL CITTADINO DI LODI 16/02/26

  • Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
    La Contrada TeatroStabilediTrieste
  • 16 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 20 feb

TEATRO Al Carlo Rossi di Casalpusterlengo lo spettacolo con Vanessa Gravina

Un dramma intenso, la ribellione di una donna che non accetta scuse, che respinge l’apparenza e il pregiudizio


di Luisa Luccini


Foto dello spettacolo Pazza. Lo spettacolo è una produzione de La Contrada Teatro Stabile di Trieste
Alcuni momenti del dramma al Carlo Rossi; in rosso, Vanessa Gravina (foto Tommasini).

Nel buio della sala, ad apparire sullo sfondo è il disegno infantile di una bambina che sorride, le note di Cara di Lucio Dalla ad accarezzare l’immobile silenzio del pubblico. In un attimo tutta la tensione accumulata durante lo spettacolo si scioglie e l’emozione arriva improvvisa. Bellissima e liberatoria. Va dritto al cuore il finale della storia di Pazza e tutto il significato di questa drammaturgia scritta negli anni Ottanta dall’americano Tom Topor e qui riproposta nell’adattamento e nella regia di Fabrizio Coniglio sta proprio lì, nella commozione stupita di una donna seduta a bordo palcoscenico – la squillo Claudia Draper interpretata da una intensa Vanessa Gravina – che finalmente ha ritrovato la propria voce. Di bambina abusata nel passato, di essere umano adulto che finalmente può rinascere. Sono stati applausi convinti e reiterati quelli che giovedì sera hanno reso palpabile il successo di questo spettacolo andato in scena al teatro comunale Carlo Rossi di Casalpusterlengo e che inevitabilmente rimanda ai temi di scottante attualità della cronaca d’oggi: la violenza sulle donne, il potere che diventa strumento di abuso, l’ipocrisia di “famiglie normali” dove invece si nascondono orchi.

Diciamolo subito: tutto il cast (presenti lo stesso Coniglio, Davide Lorino, Paola Sambo e Maurizio Zacchigna) ha conquistato per l’ottima prova attoriale, a spiccare per ruolo e capacità comunicativa sono state le interpretazioni di Gravina e di Nicola Rignanese, rispettivamente nei panni della protagonista Claudia e di Aaron Levinsky, l’avvocato d’ufficio assegnato alla donna, rea di aver ammazzato un suo anziano cliente. Troppo simile per violenza e pretese al comportamento morboso del patrigno. Si arriverà a scoprirlo solo a fine spettacolo, dopo essere stati catapultati dentro un’aula di tribunale e ad un vero e proprio processo chiamato a stabilire se Claudia, così come vorrebbe la sua rispettabile e ricca famiglia, non sia in grado di intendere e volere.

«Io posso essere distrutta, lacerata, assassina anche. Ma non pazza. Pazza no», grida in aula l’imputata dopo aver svelato, non senza travaglio, i segreti familiari che ne hanno inevitabilmente condizionato le scelte di vita. «Grazie. Tu sei l’unico che mi ha vista»: questo dice alla fine Claudia al suo avvocato, capace di essere andato oltre l’apparenza e il pregiudizio e di aver tenacemente inseguito e rivelato la verità. Tanto scomoda, quanto preziosa e salvifica.





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