“The Other Side” Marito, moglie e tanti cadaveri. L’assurdità grottesca della guerra - SECOLO XIX 24/7/25
- Teatro La Contrada

- 24 lug
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CATERINA MORDEGLIA
Applausi a Borgio Verezzi per la “prima” della pièce di Dorfman, con Pozzi, Alberti e Sartori

IL RACCONTO
In primo piano la guerra. Guerra in atto. E la pietà. Molti e sentiti gli applausi per “The Other Side” di Ariel Dorfman, coprodotto dal Teatro Nazionale di Genova con il Teatro Stabile di Trieste, il Centro Teatrale Bresciano e il Mittelfest per la regia di Marcela Serli. Tre straordinari interpreti: Elisabetta Pozzi, Giuseppe Sartori e Gigio Alberti, per uno spettacolo opportuno e, come è inevitabile in questi anni, coinvolgente. Andato in scena in prima nazionale l’altra sera a Borgio Verezzi, e atteso a Genova tra l’8 eil 12 aprile 2026. Dorfman è noto al grande pubblico soprattutto per il film tratto da Roman Polanski dal suo dramma più celebre, “La morte e la fanciulla”. In questo atto unico (2005) inventa una guerra singolare, sospesa tra allegoria e realtà. Il tempo è indicato come oggi-ieri-domani. Lo spazio è quello di due paesi in guerra, in attesa di Pace. Un non-luogo che riflette la poliedrica vicenda umana e culturale del drammaturgo, ebreo di origini argentine, vissuto tra Cile, Europa e Stati Uniti, dove attualmente risiede. Un fiume, le città di Tomis - evocazione dell’esilio di un poeta come Ovidio? - in controluce Costanza, verso il Mar Nero, sono i soli, vaghi riferimenti. Scandita dal suono assordante dei bombardamenti che accolgono gli spettatori prima dell’inizio dello spettacolo e li accompagnano per tutta la sua durata, l'azione si svolge nella casa semidistrutta di Levana Julak (Pozzi, super brava e “distante” nell’accento) e Aton Roma (un eccellente Alberti), matura coppia di coniugi originari dei due paesi in guerra. Un unico ambiente fatiscente - pensato da Maria Spazzi - con cucina, letto, tavolo e, nascosto dietro una porta, un gabinetto, simbolo superstite della vita cittadina rimpianta da Aton. I due vengono pagati dalle due parti nemiche per il gesto più antico della tragedia, dare sepoltura ai cadaveri. Da Antigone alle Supplici di Euripide, l’attenzione verso imorti e la pieta loro dovuta torna spesso nella letteratura teatrale. Levana e Aton vivono da vent’anni, in un’attesa disincantata, una routine coniugale non priva di tenerezza e passione, nel rimpianto del figlio Joseph, partito per il fronte. A interrompere la loro atipica quotidianità saranno la pace annunciata via radio — inaspettata e insperata, ma nell’inconscio non desiderata — e la Guardia senza nome (un aggressivo Sartori), che irrompe fragorosamente nella casa in divisa mimetica e maschera antigas a imporre un nuovo ordine, politico e familiare. Il suo arrivo segna un prima e un dopo nella vita di Levana e Aton. Un confine, alla lettera, che la Guardia traccia con paletti e filo spinato all'interno della stanza, separandoli in quanto appartenenti a due Stati diversi, prolungandolo poi anche tra il pubblico. Da qui una serie di situazioni tra il grottesco e l’assurdo, che richiamano gli esordi del teatro di Dorfman: il permesso di soggiorno ad Aton per recarsi “a pisciare”, le effusioni dei due sotto il letto posto proprio sul confine di Stato, 'accusa di clandestinita per chi dei due coniugi tenti di valicare il confine. Queste ed altre venature para-comiche non cambiano però la natura drammatica della pièce. In un rapido trapasso di toni emotivi, accompagnati con attenzione costante e varia dalle musiche di Daniele D’Angelo, si torna presto alla tragedia anche esistenziale dei protagonisti. La guerra riprende, improvvisa come si era conclusa. Mistero e ambiguità contrassegnano la vicenda scenica della Guardia (Joseph?). Cinquemilanovantasette, alla fine, saranno i cadaveri raccolti, seppelliti e registrati da Levana e Aton, che riprenderanno il loro livido tran tran, perché «Qualcuno dovra pur rimanere», dice Levana. «Rimanere ad aspettare. A custodire i morti». E dunque nella pietas, nel rispetto dei valori umani e divini, dell’“Altra Parte” terrena e ultraterrena, che si cela il messaggio di speranza del testo e il pregio visibile del suo allestimento. —










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