
L'Uomo dal Cioccolatino in Bocca

POSTI ONLINE ESAURITI
📍Teatro dei Fabbri
🗓️15 novembre 2026, 16.30
di e con Giuseppe Nicodemo e Andrea Tich
produzione Zatrocarama
Il cioccolatino appare come sostanza del desiderio e figura del tempo, dolcezza che consola e materia che svanisce mentre la si assapora. È una metafora della vita colta dal margine della perdita. Per Branko, interpretato da Giuseppe Nicodemo, trattenere e rimandare il vuoto significa riempirlo attraverso gesti minimi, sapori, abitudini, piccoli riti orali. La bocca, luogo della parola, si fa anche luogo del consumo, e il discorso sembra svolgersi entro una lenta combustione. Il testo lo esplicita quando Branko afferma che Cuti, cui dà corpo Andrea Tich, “mi mangi come faccio io con i cioccolatini”. In un solo rovesciamento si raccolgono il cuore della malattia e quello della drammaturgia. Colui che mangia è già mangiato.
Con Pirandello si gioca su una parentela evidente, che il testo rielabora spostandone il senso. Nell’atto unico “L’uomo dal fiore in bocca”, tratto da “Caffè notturno” (1918) e poi da “La morte addosso” (1923), la malattia si inscriveva in un’immagine di grazia obliqua, mentre il protagonista restava senza nome. Qui, al posto del fiore, compare il cioccolatino, e con esso una diversa qualità della consistenza. L’emblema floreale consentiva una distanza contemplativa; il cioccolatino introduce una concretezza domestica, per questo più incisiva. Sta in bocca, si scarta, si offre, si scioglie, lascia tracce. La morte perde il prestigio della figura simbolica e assume la forma di ciò che si frantuma sotto i denti. Quando Branko immagina “Se la morte, Cuti, fosse come uno di questi cioccolatini”, la riflessione raggiunge il suo punto più acuto. L’idea di una morte porgibile si infrange contro una realtà che abita dall’interno e permane.
Prosa
Teatro dei Fabbri
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