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Pazza o libera? Il grido di Vanessa Gravina al Teatro Quirino - IL TERZO NEWS 17/02/26

  • Immagine del redattore: La Contrada TeatroStabilediTrieste
    La Contrada TeatroStabilediTrieste
  • 20 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Di Sara Cacciarini


Fotografia dello spettacolo Pazza, una produzione La Contrada Teatro Stabile di Trieste
Vanessa Gravina e Nicola Rignanese in "Pazza" di Tom Topor regia di Fabrizio Coniglio al Teatro Quirino

Dal 17 al 22 febbraio il pubblico del Teatro Quirino potrà assistere a una delle migliori interpretazioni della stagione con Vanessa Gravina nel ruolo di Claudia una prostituta di lusso accusata di omicidio. Al suo fianco, nelle vesti dell’avvocato difensore Nicola Rignanese. Una produzione La Contrada Teatro Stabile di Trieste con la regia di Fabrizio Coniglio

Il testo di Tom Topor analizza le sfaccettature del pregiudizio attraverso la messa in scena della pièce, nota anche per l’adattamento cinematografico “Nuts” (Pazza, 1988) di Martin Ritt con Barbra Streisand. Il soggetto si concentra su una famiglia alto-borghese, una figlia che decide di abbracciare la professione di squillo di lusso e, in una circostanza funesta, commette l’omicidio di un cliente. La famiglia non ha altra strada da percorrere se non quella di farla credere pazza. Claudia avrebbe rinunciato alla sua libertà passando la vita in manicomio, ma la dignità, o quel poco di dignità che poteva rimanere alla famiglia, sarebbe stata salvata con la reputazione.


La scena è essenziale, quasi asettica: un tavolo, due sedie, un distributore di caffè. È uno spazio mentale prima ancora che fisico. Qui Claudia affronta la perizia psichiatrica e rifiuta l’etichetta che le viene imposta. Non vuole essere assolta per infermità, preferisce il rischio del processo alla condanna dell’invisibilità. Solo il suo avvocato avrà fiducia in lei e ascolterà le sue parole. Claudia è sensuale e provocatoria, sfida chiunque voglia rilegarla in uno stereotipo semplice insinuato nel pubblico all’inizio delle rappresentazione.

La parabola emotiva della Gravina è costruita con precisione crescente. All’inizio è rabbia pura, provocazione, difesa istintiva. Il dubbio attraversa la platea: è davvero lucida? Poi, gradualmente, la sua fragilità si svela, si stratifica, si fa verità. Nel monologo finale la parola si fa corpo, vibrazione, ferita aperta. È lì che la protagonista smette di essere un caso clinico o giudiziario e diventa donna.

Anche la scritta “La legge è uguale per tutti” sulla parete della sala del tribunale rappresenta il dubbio. Il cartello, obliquo, sta per cadere, simbolo di una giustizia che vacilla.


Il camice bianco riduce Claudia a un numero, ma il corpo dell’attrice lo lacera dall’interno. Il cambiamento durante il processo, la maglia rossa, simbolo di violenza subita ma anche di fierezza, segna la riconquista di sé. Gravina non interpreta soltanto, attraversa il personaggio, lo espone, lo offre.


E ancora le parole di Gravina vibrano e riecheggiano tra il pubblico che applaude ogni volta che ne ha occasione, attento a non interrompere le battute ma fremente nel desiderio di partecipare. L’interpretazione di Nicola Rignanese è la giusta misura, in un crescendo di emozioni partecipa al dolore della cliente, ne rivela la verità, è il compagno di scena perfetto, entrambi esplodono durante la rappresentazione in un crescendo emotivo a cui è difficile sottrarsi.

Nicola Rignanese sceglie la misura e l’ascolto. Il suo personaggio non invade, accompagna. È nella sottrazione che costruisce il rapporto con Claudia, fino a quel finale in cui l’abbraccio non è gesto melodrammatico, ma riconoscimento reciproco.


Il momento di più alta tensione drammaturgica coincide con il monologo finale, quando a Claudia viene posta una domanda apparentemente semplice e invece devastante: di chi si fida? Della madre, dell’avvocato, dei medici? La risposta non è consolatoria, perché ciascuna di queste figure, pur rivestita di un ruolo di tutela, possiede anche il potere di ferirla, di tradirla, di ridurla al silenzio. La fiducia diventa così un territorio impossibile, minato dall’esperienza.


La madre, in particolare, incarna la cecità volontaria di un mondo borghese più preoccupato dell’apparenza che della verità, non una figura apertamente crudele, ma incapace di vedere davvero la figlia, di riconoscerla nella sua scelta e nel suo dolore. È una rimozione affettiva prima ancora che morale.

Nel monologo, Claudia smette di difendersi e attacca. Denuncia l’ipocrisia sociale con parole che frantumano ogni filtro:


«Lo so cosa vi aspettate da me, ma sono solo un’immagine nella vostra mente, lo volete capire questo? Voi pensate che fare pompini a 500 euro sia una follia ma io conosco donne che sposano uomini che disprezzano solo per viaggiare in porche, per passare l’inverno alle Maldive o sono disposte a vendere le proprie figlie pur di tenersi i propri mariti».


Qui il testo non parla più soltanto di prostituzione, ma di mercato delle relazioni, di scambi mascherati da rispettabilità. Claudia rivendica una forma brutale di onestà contro l’ipocrisia elegante della buona società.

E ancora, la domanda che resta sospesa come un atto d’accusa collettivo:


«È così difficile da accettare che una brava ragazza di buona famiglia sia disposta a fare la puttana?»


In questa battuta si concentra l’intero impianto ideologico della pièce: non è la violenza subita o commessa a scandalizzare davvero, ma la frattura dell’immagine sociale. Claudia non chiede assoluzione, chiede riconoscimento. E nel farlo, trasforma il tribunale in uno specchio puntato contro il pubblico


Il pubblico applaude, piange e, in quel momento Vanessa scende dal palco e diventa tutte le donne, con in sottofondo “Cara” di Lucio Dalla, è una di noi.



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