The Other Side: Quando i giochi malvagi della guerra travolgono ogni norma: di vita e di morte. E poi, con la pace, sarà anche peggio - LO SPETTACOLIERE 24/4/26
- Teatro La Contrada

- 6 mag
- Tempo di lettura: 3 min

di Andrea Bisicchia
Ariel Dorfman ha avuto un grande successo in Italia con “La morte e la fanciulla “, di cui si contano parecchie messinscene, l’ultima delle quali all’Elfo-Puccini con la regia di Elio De Capitani. I titoli più noti sono “Purgatorio” e “Dall’altra parte”, ovvero “The Other Side”, tutti pubblicati da Einaudi nella Collana Teatro, testi nei quali l’autore cileno-argentino propone, con delle varianti, argomenti che hanno a che fare con la violenza politica generatrice di traumi difficilmente risolvibili per chi ne è colpito. Sono temi che riguardano il rapporto vittima-carnefice, colpa–vendetta, guerra-pace, argomento, quest’ultimo, di “The Other Side”, visto al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, con Elisabetta Pozzi, Gigio Alberti, Giuseppe Sartori, una vera e propria Compagnia di complesso, guidata da Marcela Serli, che ha saputo coinvolgere il pubblico numerosissimo del Goldoni, accolto a sipario chiuso da continui bombardamenti che continueranno quando il sipario si aprirà su una scena che rappresenta un piccolo interno domestico, con camera da letto, una cucina e un gabinetto, uno spazio realistico, dove vive una coppia di mezza età con l’ingrato compito di identificare i cadaveri e di sotterrarli. Si tratta di giovani vittime di una guerra virulenta, diventata, per chi abita nei pressi, una normalità. La cosa paradossale sarà l’anormalità che prenderà il sopravvento quando viene annunciata la pace che costringerà i due coniugi a mutare le proprie abitudini, in modo particolare quando si presenterà uno strano personaggio, venuto per tracciare i nuovi “confini” che riguarderanno non solo il territorio circostante, ma anche l’abitazione che verrà divisa in due da un filo rosso che a sua volta si prolungherà verso la platea fino a dividerla in due. Il pubblico assiste a una rappresentazione, a metà tra il realismo della scena e il surrealismo della situazione che si sviluppa attraverso due trame, quella del rapporto della donna col giovane che ha occupato la casa, che le ricorda il figlio, dato per disperso, e quella che consiste nel considerare il confine qualcosa di più atroce della stessa guerra, proprio perché paradossale, un confine che si trasforma in fonte di paura, se non di schiavitù, imposta da una guardia, dal passato misterioso. Tale confine non divide soltanto una casa, ma una vita, mostrandosi come un dispositivo complesso che alterna l’inclusione con l’esclusione, fino ad alterare il rapporto con l’Altro. Non si tratta di una soglia, né di un muro, ma di un limite che viene imposto barbaramente dai signori della guerra che, metaforicamente, delimita non solo il campo d’azione, ma anche la coscienza, trattandosi, quasi, di un secondo potere che rende imbelli, tanto da non far capire in che cosa consista una separazione non voluta e a costringere ad abbandonare una abitazione, benché poverissima, dove sono confinati gli affetti, le abitudini, il lavoro e il rapporto, trentennale, con l’Altro. La regista Marcela Serli ha molto lavorato sullo spazio, ha chiesto alla scenografa Maria Spazzi di costruire una scena che va logorandosi a vista, ogniqualvolta le cannonate finiscono per coinvolgere l’abitazione, oltre che il vissuto della coppia che, improvvisamente, avverte un limite persino negli affetti, diventati sempre più labili, a causa della separazione imposta dalle circostanze e di una scissione che coinvolge, non solo il vissuto della coppia, ma anche lo stesso modo di pensare. Alla fine, il trauma, prodotto dalla guerra, finirà per produrre un secondo trauma, quello dell’identità, del disagio di vivere insieme. Il lavoro della regista è stato semplificato dall’apporto determinante dei tre interpreti (nella foto): Elisabetta Pozzi si muove alternando sicurezza e ambiguità, Gigio Alberti rende meno drammatico il suo personaggio inventandosi delle situazioni comiche, Giuseppe Sartori si muove sulla scena come una specie di angelo sterminatore che alla fine verrà colpito da una bomba lasciando, nello smarrimento più cupo, la coppia che, a causa della pace, dovrà cambiare abitudini e il tipo di lavoro, ovvero abbandonare i morti per ritornare a vivere, solo che tutto è avvolto in una ambiguità che riesce a trasformare la realtà più drammatica in una realtà surreale. Lo spettacolo sarà al Teatro la Contrada di Trieste fino al 26 aprile.





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