Quella «Bisbetica» della Sandrelli che fa riflettere e sa commuovere - L'ARENA 14/01/26
- La Contrada TeatroStabilediTrieste
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ELISABETTA PAPA

Questa sera a Legnago andrà in scena la commedia del «bardo» Shakespeare con la popolare attrice e la regia di Aldorasi
Un grande classico del teatro elisabettiano che riesce ancora a parlare a tutti portando nuovi spunti di riflessione. È «La bisbetica domata» di William Shakespeare che oggi, alle 20.45, arriva al Salieri di Legnago come secondo appuntamento di prosa. L’opera è proposta nell’adattamento di Francesco Niccolini per la regia di Roberto Aldorasi. In scena nei panni di Caterina l’attrice Amanda Sandrelli, apprezzata interprete di testi classici e contemporanei.
Sandrelli, «La bisbetica domata» come tutti i classici può stare a diversi piani di lettura. Nel vostro adattamento quale avete scelto? E quanto siete rimasti fedeli al testo originale?
Qualche piccola modifica è stata apportata, ma quella che portiamo in scena c’è tutta in Shakespeare. Il nostro piano di lettura, pur spingendo verso una riflessione attuale sul potere nelle relazioni e sulla violenza di genere, non si scosta dal testo del Bardo. Sì «La bisbetica domata» anche con la complicità di certe rivisitazioni contemporanee americane, si è sviluppata nel tempo fraintendendo. Soprattutto sull’idea, tradizionalmente letta come lieto fine, del matrimonio conclusivo di Caterina e Petruccio. In realtà è una scena di ribellione che le fa assumere il contrario di tutto ciò che aveva sostenuto fino ad allora. Come può una ribelle, sboccata, idealista che desidera essere libera cambiare totalmente idea? Cosa provoca questo in lei? La violenza, né più né meno. Caterina viene domata, come le belve feroci. È Shakespeare a dircelo. Tutto ciò nella società inglese di fine Cinquecento era pensato per suscitare sdegno in platea.
Ad essere cambiata è dunque la nostra percezione?
Proprio così. Ma nonostante sia mutato il concetto del ruolo femminile rispetto a quello maschile, rimane purtroppo un «piccolo» particolare: noi donne continuiamo ad essere ammazzate da coloro che dicono di amarci. L’allestimento cerca di evidenziare tutto ciò e oggi ri-suona diversamente. La violenza psicologica di Petruccio è però già di per sé l’elemento moderno e straordinario del testo shakespeariano. Il Bardo, come tutti i grandi, riesce a vedere nelle dinamiche che riporta sotto forma di farsa, ma fino ad un certo punto. La linea drammatica sottesa a Petruccio e Caterina, pur con i canoni della commedia, è evidentissima.
Come se la farsa si trasformasse in tragedia…
La gioia della farsa di tutti i personaggi funziona esattamente come deve essere. Lo sottolinea anche il linguaggio che prevede una rima. Questa però cade quando la scena viene spostata sulla parte diretta tra Caterina e Petruccio. Possiamo dire dunque ci sia un doppio registro anche negli elementi farseschi, come in Shakespeare, proseguono fino al fine. È il monologo ad evidenziare una zona d’ombra.
Ma anche ad interrogare ciascuno di noi?
Senza dubbio. L’ho riletto nell’originale unendo una decina di volte e sono sempre più convinta che questo sia il tempo in cui si debba davvero tirare i capelli verso un finale che felice non è. E il pubblico lo percepisce. Nello spettacolo si ride e si commuove, ma durante il monologo finale c’è un silenzio «ghiacciato». Credo sia significativo, anche di quello che davvero si porta in scena: una riflessione non spettacolare ma di grande spessore per il pubblico che ascolta.
Caterina la lancia questo seme?
Credo proprio di sì. Il teatro forse non può cambiare le sorti delle persone. Ma di sicuro interroga. Sulla violenza tentata o lavorata. Le condizioni in cui viviamo e riconosce i segnali di manipolazione, sottomissione, controllo, gelosia e sopra ogni altra cosa: l’incapacità di entrare in un rapporto paritario. Tutto ciò va insegnato, soprattutto alle nuove generazioni, attraverso una precisa educazione affettiva.












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